L’istituto della retribuzione virtuale è applicabile anche in settori merceologici diversi da quello edile


Anche nei settori diversi da quello edile, la contribuzione è dovuta nei casi di assenza del lavoratore o di sospensione concordata della prestazione stessa, che costituiscano il risultato di un accordo tra le parti derivante da una libera scelta del datore di lavoro e non da ipotesi previste dalla legge e dal contratto collettivo. In tal senso, considerata l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello retributivo, incombe al datore di lavoro allegare e provare la ricorrenza di un’ipotesi eccettuativa dell’obbligo (Corte di Cassazione, sentenza 03 giugno 2019, n. 15120).


Un Tribunale di prime cure aveva accolto il ricorso proposto da un datore di lavoro teso ad ottenere la declaratoria di illegittimità ed inefficacia del verbale di accertamento con il quale l’Inail gli aveva contestato, in qualità di titolare di un esercizio commerciale svolgente attività di ristorante-pizzeria, l’omesso versamento di premi relativi alle retribuzioni di suoi dipendenti, dovute a cause di sospensione dell’attività lavorativa, diverse da ferie, malattia ed altre ipotesi previste dalla legge e dal contratto collettivo. In sede d’appello, invece, la Corte accoglieva il gravame proposto dall’Inail, applicando alla fattispecie il principio, per cui le assenze dal lavoro non contrattualmente giustificate non esonerano il datore di lavoro dal pagamento del premio sulla retribuzione cosiddetta contributiva, fatta eccezione per l’ipotesi in cui la retribuzione di fatto erogata sia superiore.
Ricorre così in Cassazione il datore di lavoro, lamentando principalmente che l’Inail avesse impugnato la sentenza del Tribunale con riguardo all’applicazione del minimale retributivo, pur vertendosi in ipotesi differente e non avendo l’istituto chiesto di provare che le giornate di assenza fossero fittizie.
Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. La regola del minimale contributivo deriva dal principio di autonomia del rapporto contributivo rispetto alle vicende dell’obbligazione retributiva, ben potendo l’obbligo contributivo essere parametrato a importo superiore a quanto effettivamente corrisposto dal datore di lavoro. Orbene, tale principio opera sia con riferimento all’ammontare della retribuzione c.d. contributiva, sia con riferimento all’orario di lavoro da prendere a parametro, che deve essere I’orario di lavoro normale stabilito dalla contrattazione collettiva o dal contratto individuale se superiore. Pertanto, se ai lavoratori vengono retribuite meno ore di quelle previste dal normale orario di lavoro e su tale retribuzione viene calcolata la contribuzione, non vi può essere il rispetto del minimo contributivo nei termini sopra rappresentati.
Nel settore dell’edilizia, la previsione normativa di ipotesi esonerative dall’obbligo del minimale contributivo, inteso anche come obbligo di commisurare la contribuzione ad un numero di ore settimanali non inferiore all’orario di lavoro normale stabilito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale e dai relativi contratti integrativi territoriali di attuazione, ha chiara finalità antielusiva ed è stata ritenuta di stretta interpretazione.
Tuttavia, il fatto che per gli altri settori merceologici non vi sia analoga previsione non significa che sussista una generale libertà delle parti di modulare l’orario di lavoro e la stessa presenza al lavoro, così rimodulando anche l’obbligazione contributiva, considerato che questa seconda è svincolata dalla retribuzione effettivamente corrisposta e deve essere connotata dai caratteri di predeterminabilità, oggettività e possibilità di controllo. Anche nei settori diversi da quello edile, pertanto, la contribuzione è dovuta nei casi di assenza del lavoratore o di sospensione concordata della prestazione stessa, che costituiscano il risultato di un accordo tra le parti derivante da una libera scelta del datore di lavoro e non da ipotesi previste dalla legge e dal contratto collettivo. In tal senso, considerata l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello retributivo, incombe al datore di lavoro allegare e provare la ricorrenza di un’ipotesi eccettuativa dell’obbligo.

Parità di trattamento tra uomini e donne nelle forme pensionistiche complementari collettive


La COVIP rende note disposizioni sulla parità di trattamento tra uomini e donne nelle forme pensionistiche complementari collettive.


Con riferimento alle forme pensionistiche complementari collettive, è vietata qualsiasi discriminazione diretta o indiretta tra uomini e donne per quanto riguarda il campo di applicazione di tali forme, le relative condizioni di accesso, l’obbligo di versare i contributi e il calcolo degli stessi. Pertanto, non possono essere previste, e se previste devono essere rimosse, le eventuali disposizioni, criteri, prassi, atti, patti o comportamenti, riguardanti l’area dei soggetti che possono aderire alle forme pensionistiche complementari collettive, le condizioni che ne disciplinano l’adesione, nonché le regole in materia di determinazione della misura e delle modalità di versamento della contribuzione a carico del datore di lavoro e del lavoratore, che siano tali da produrre un effetto pregiudizievole per taluni lavoratori in ragione del sesso o che potrebbero, comunque, mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto ai lavoratori dell’altro sesso. Le forme pensionistiche complementari collettive informano la COVIP in merito alle iniziative adottate per rimuovere le situazioni eventualmente sussistenti.
E’ altresì vietata qualsiasi discriminazione per quanto riguarda il calcolo delle prestazioni, nonché le condizioni concernenti la durata e il mantenimento del diritto alle prestazioni stesse.
La fissazione di livelli differenti per le prestazioni è consentita soltanto se necessaria per tener conto di elementi di calcolo attuariale differenti per i due sessi nel caso di forme pensionistiche a contribuzione definita. Nel caso di forme pensionistiche a prestazioni definite, finanziate mediante capitalizzazione, alcuni elementi possono variare semprechè l’ineguaglianza degli importi sia da attribuire alle conseguenze dell’utilizzazione di fattori attuariali che variano a seconda del sesso all’atto dell’attuazione del finanziamento del regime. Le forme pensionistiche complementari collettive che, rientrando in tali ipotesi, si avvalgono delle facoltà previste sono tenute ad accertare che i trattamenti diversificati siano giustificati sulla base di dati attuariali affidabili, pertinenti e accurati.
Ai fini della verifica della sussistenza di detta condizione, le forme pensionistiche che erogano direttamente le prestazioni sono tenute a redigere, in allegato al bilancio tecnico, un’apposita relazione nella quale attestano che l’utilizzo del fattore sesso, determinante nella valutazione dei rischi effettuata ai fini del calcolo delle prestazioni differenziate, trova fondamento in dati attuariali affidabili, pertinenti e accurati. La relazione, redatta da un attuario, deve contenere un’indicazione dettagliata della tipologia e delle fonti dei dati attuariali impiegati nella determinazione di ogni categoria di prestazione, anche accessoria e di reversibilità.

Conciliazioni successive a diffida accertativa: prevale sempre l’accertamento dall’organo ispettivo


Nel caso di emissione di diffida accertativa per crediti patrimoniali, eventuali accordi conciliativi, che siano intervenuti prima della validazione della diffida o in fase successiva, non possono avere riflessi sull’imponibile contributivo che deve essere comunque calcolato secondo quanto accertato dall’organo ispettivo.


Come noto, qualora nell’ambito dell’attività di vigilanza emergano inosservanze alla disciplina contrattuale da cui scaturiscono crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro, il personale ispettivo degli Ispettorati del lavoro diffida il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti. Entro 30 giorni dalla notifica della diffida accertativa, il datore di lavoro può promuovere tentativo di conciliazione presso l’Ispettorato territoriale del lavoro. In caso di accordo, risultante da verbale sottoscritto dalle parti, il provvedimento di diffida perde efficacia; decorso, invece, inutilmente il termine predetto o in caso di mancato raggiungimento dell’accordo, il provvedimento di diffida acquista efficacia di titolo esecutivo, con provvedimento del Direttore dell’Ispettorato territoriale del lavoro.
Ciò premesso, sono pervenute all’Ispettorato nazionale del lavoro richieste di chiarimento riguardanti i casi di possibili interferenze tra il procedimento di emanazione e convalida della diffida accertativa per crediti patrimoniali e le procedure di conciliazione svolte presso l’Ispettorato territoriale del lavoro (art. 410 c.p.c.), in sede sindacale (art. 411 c.p.c.) o nelle forme della risoluzione arbitrale (art. 412 c.p.c.). In particolare, vengono in rilievo sia ipotesi in cui, successivamente all’emanazione della diffida accertativa ma prima della sua validazione, sia sottoscritto dalle parti un verbale di conciliazione tra quelli sopra menzionati, sia casi in cui la conciliazione intervenga dopo la validazione della diffida accertativa.
Al riguardo, si chiarisce che la conciliazione sulle retribuzioni non può avere riflessi sull’imponibile contributivo che deve essere comunque calcolato secondo quanto accertato dall’organo ispettivo, in misura non inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da accordi collettivi o contratti individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo.
Altresì, non è mai possibile dare rilievo ad accordi conciliativi intervenuti in forme diverse da quella prescritta in sede di diffida accertativa, sia nel caso in cui esse intervengano prima della validazione della diffida accertativa che in fase successiva.

Diritto alla pensione di anzianità e soluzione di continuità fra successivi rapporti di lavoro


La cessazione del rapporto di lavoro costituisce una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione del trattamento pensionistico, sicché per conseguirne il diritto è comunque necessaria, in caso di medesimo o diverso datore di lavoro, una soluzione di continuità fra i successivi rapporti di lavoro al momento della richiesta della pensione e della decorrenza della stessa. Peraltro, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni, si configura una presunzione relativa di simulazione della risoluzione del rapporto di lavoro, che può essere vinta mediante il ricorso a indici idonei a provare il carattere novativo del rapporto


Una Corte d’appello territoriale, riformando la sentenza del Tribunale di prime cure, ha accolto la domanda proposta da un lavoratore, tesa all’accertamento del diritto a fruire della pensione di anzianità revocata dall’Inps in ragione del divieto di cumulo della stessa pensione con i redditi derivanti da attività lavorativa. Al riguardo, il Tribunale aveva escluso che il ricorrente avesse cessato il proprio rapporto di lavoro prima del pensionamento, dal momento che egli aveva continuato a lavorare alle dipendenze dello stesso datore di lavoro con le stesse mansioni ed alle stesse condizioni, senza soluzione di continuità tra la formale cessazione del rapporto del 28 febbraio 2002 e la instaurazione del nuovo rapporto il 1° marzo 2002. Secondo la Corte territoriale, invece, pur essendo necessaria, al fine di conseguire il diritto alla pensione di anzianità, la cessazione del rapporto di lavoro, tale circostanza, nel caso di specie, doveva ritenersi provata attraverso la produzione del libretto di lavoro, la corresponsione del TFR e la produzione dei prospetti paga. Tali fonti di prova dimostravano che il rapporto di lavoro era cessato alla data del 28 febbraio 2002, mentre la pensione era stata liquidata con effetto dal 1° marzo 2002 ed anche se nella stessa data l’appellante è stato nuovamente assunto dalla stessa società, non era necessario subordinare la liquidazione della pensione alla sussistenza di un lasso temporale minimo tra la cessazione del rapporto di lavoro ed il successivo reimpiego.
Avverso tale sentenza ricorre l’Inps, deducendo che la Corte territoriale avesse erroneamente escluso la necessità del requisito della inoccupazione vigente al momento della domanda di pensione di anzianità, presentata dal lavoratore il 25 febbraio 2002.
Resiste con controricorso il lavoratore che eccepisce, fra l’altro, l’inammissibilità del ricorso per acquiescenza alla sentenza ora impugnata realizzatasi per l’avvenuta comunicazione della liquidazione degli importi pretesi, prima ancora della pubblicazione della sentenza.
Per la Suprema Corte il motivo di ricorso è infondato. Secondo l’orientamento giurisprudenziale, il requisito della inoccupazione era ricavabile dalla disposizione di legge per cui le pensioni di anzianità a carico dell’AGO dei lavoratori dipendenti ed autonomi e delle forme di essa sostitutive, nonché i trattamenti anticipati di anzianità delle forme esclusive, non erano cumulabili con redditi da lavoro dipendente, nella loro interezza, e, in parte, con quelli da lavoro autonomo. Il fatto che poi la legge avesse consentito il cumulo tra pensione di anzianità e redditi da lavoro dipendente non toglie che la prestazione non poteva essere erogata se non dopo la cessazione del rapporto di lavoro, che è un requisito indefettibile, prescritto dalla norma che ha introdotto la pensione di anzianità. La cessazione del rapporto di lavoro costituisce, infatti, una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione della prestazione sociale, sicché per conseguire il diritto al trattamento pensionistico è comunque necessaria, in caso di medesimo o diverso datore di lavoro, una soluzione di continuità fra i successivi rapporti di lavoro al momento della richiesta della pensione e della decorrenza della stessa. Peraltro, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni, si configura una presunzione di simulazione di risoluzione del rapporto di lavoro al momento del pensionamento. Tale presunzione, tuttavia, può essere vinta mediante il ricorso a potenziali indici sintomatici, idonei a provare il carattere realmente novativo del rapporto di lavoro successivo al pensionamento.

Vendita al dettaglio di prodotti agricoli: precisazioni sull’inquadramento previdenziale


Si forniscono precisazioni sul corretto inquadramento, ai fini dell’assoggettamento a contribuzione agricola unificata, dei soggetti che vendono direttamente al dettaglio i prodotti agricoli e alimentari appartenenti ad uno o più comparti agronomici diversi da quelli dei prodotti della propria azienda, purché direttamente acquistati da altri imprenditori agricoli.


La Legge di bilancio 2019, nel confermare la possibilità di esercitare la vendita al dettaglio dei prodotti agricoli e alimentari da parte degli imprenditori agricoli, singoli o associati, ha specificato che tali prodotti possono anche appartenere ad uno o più comparti agronomici diversi da quelli dei prodotti della propria azienda ovvero che i prodotti oggetto della vendita al dettaglio possono essere diversi da quelli provenienti dalle colture e/o allevamenti di animali normalmente e ordinariamente praticati dai produttori presso le proprie aziende e, pertanto, acquistati sul mercato.
Tuttavia, vi sono due condizioni: a) i prodotti destinati alla rivendita al dettaglio devono essere direttamente acquistati da altri imprenditori agricoli; b) il fatturato derivante dalla vendita dei prodotti provenienti dalla propria azienda deve essere prevalente rispetto al fatturato proveniente dal totale dei prodotti acquistati da altri imprenditori agricoli. Relativamente alla condizione a) è necessaria l’assenza di qualsivoglia attività di intermediazione commerciale, pertanto il trasferimento dei prodotti da destinare alla vendita al dettaglio deve avvenire direttamente tra due imprenditori agricoli.
Quanto alla condizione b), il concetto di prevalenza è riferito al solo fatturato e non alla quantità di prodotti acquistati da altri imprenditori agricoli, pertanto, qualora quest’ultima sia maggiore della quantità destinata alla vendita proveniente dalla propria azienda, la seconda condizione sopracitata è comunque rispettata se il fatturato dei prodotti acquistati da altri imprenditori agricoli e destinati alla vendita al dettaglio è inferiore al fatturato dei prodotti propri.
Visto che l’attività di vendita al dettaglio dei prodotti agricoli e alimentari deve essere svolta da soggetti che esercitano come attività principale quella di produzione agricola, possono essere considerate tali le aziende tenute alla compilazione dei quadri F, G, H (terreni, allevamenti e macchine agricole) della D.A.
Per quanto concerne la compilazione del campo relativo al fabbisogno aziendale, nel quadro E del modello D.A., l’Inps evidenzia che nella quantificazione delle giornate lavorative previste vanno indicate quelle occorrenti per la coltivazione e l’allevamento e non sono ricomprese quelle relative all’attività di vendita al dettaglio. Queste ultime sono, invece, inserite nel campo “NOTE” del modello D.A.

Pensioni: riduzione trattamenti di importo superiore a 100.000 euro


L’Inps illustra le operazioni effettuate per la riduzione dei trattamenti pensionistici di importo superiore a 100.000 euro su base annua secondo le disposizioni contenute nella legge di bilancio 2019.


Sulle pensioni interessate è stata applicata la riduzione dei trattamenti pensionistici di importo complessivamente superiore a 100.000 euro su base annua. In particolare, sono state effettuate le seguenti attività:
– calcolo della riduzione mensile;
– ripartizione in misura proporzionale sui trattamenti assoggettati;
– calcolo del conguaglio per il periodo gennaio-maggio ovvero, per i trattamenti con decorrenza nell’anno 2019, dalla data di decorrenza fino al 31 maggio 2019;
– impostazione del recupero del debito in tre rate, sulle mensilità di giugno, luglio e agosto 2019;
– ridurre corrispondentemente l’imponibile fiscale dei trattamenti, su base mensile e annua.
Le procedure di prima liquidazione e ricostituzione sono state aggiornate per l’applicazione della riduzione in oggetto.


Con circolare n. 44/2019 è stata illustrata la rivalutazione annuale delle pensioni per l’anno 2019, le pensioni interessate sono state adeguate dalla mensilità di aprile 2019. Nel mese di giugno 2019 viene recuperata la differenza relativa al periodo gennaio – marzo 2019.
Sul cedolino di pensione sono esposte in maniera analitica e con descrizione dedicata anche le voci relative alle trattenute descritte. Inoltre sul cedolino di giugno 2019 viene riportata la modalità di calcolo della riduzione delle pensioni di importo elevato.

Assunzioni dalle liste di mobilità: la spettanza dei benefici in caso di cessione d’azienda


In tema di sgravi contributivi, ai fini di ottenere l’applicazione dei benefici ex art. 8 della L. n. 223/1991, nell’ipotesi di cessione d’azienda, è onere del datore di lavoro fornire la dimostrazione degli elementi di novità intervenuti nella struttura societaria e delle significative integrazioni apportate al complesso originario per consentire a quello ceduto di svolgere autonomamente la propria funzione produttiva


Una Corte d’appello territoriale aveva rigettato l’impugnazione proposta da un datore di lavoro avverso una cartella esattoriale concernente un certo credito vantato dall’Inps a seguito di disconoscimento del diritto ai benefici relativi alle assunzioni agevolate ex L. n. 223/1991. La Corte aveva evidenziato che, a seguito del fallimento del precedente datore di lavoro, si era avuto un effettivo trasferimento di azienda per effetto del quale i lavoratori avevano continuato a lavorare nella stessa struttura, svolgendo le stesse attività, per cui la loro messa in mobilità si era rivelata funzionale esclusivamente ad un passaggio di tutto il complesso ad una nuova proprietà, che ne aveva continuato la gestione imprenditoriale.
Ricorre così in Cassazione il datore di lavoro cessionario, lamentando che era stata la curatela fallimentare a licenziare i lavoratori e a porli in mobilità, per cui mancava qualsiasi obbligo per la società che aveva acquistato l’azienda in sede fallimentare, di assumere i lavoratori che avevano prestato la loro attività in favore della società a suo tempo fallita.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. Il riconoscimento dei benefici contributivi ex art. 8, commi 2 e 4, della L. n. 223/1991, in favore delle imprese che assumono personale licenziato a seguito di procedura di mobilità, presuppone che sia accertato che la situazione di esubero sia effettivamente sussistente e che l’assunzione di detto personale da parte di una nuova impresa risponda a reali esigenze economiche e non concreti condotte elusive finalizzate al solo godimento degli incentivi, sicché il diritto ai benefici va escluso ove tra le due imprese sia intervenuto un contratto di affitto del complesso dei beni aziendali, idoneo a configurare un trasferimento di azienda, che importa la continuazione dei rapporti di lavoro con l’acquirente. Soprattutto, in tema di sgravi contributivi, ai fini di ottenere l’applicazione dei benefici ex art. 8 della L. n. 223/1991, nell’ipotesi di cessione d’azienda, è onere del datore di lavoro fornire la dimostrazione degli elementi di novità intervenuti nella struttura societaria e delle significative integrazioni apportate al complesso originario per consentire a quello ceduto di svolgere autonomamente la propria funzione produttiva.

Gestione dipendenti pubblici: aggiornamento procedura “Regolarizzazione contributiva”


L’inps comunica che è stato realizzato un aggiornamento all’attuale procedura di “Regolarizzazione contributiva” per la Gestione dipendenti pubblici.


Nel dettaglio, con messaggio n. 1779/2019, sono stati eliminati i c.d. cicli elaborativi e le Strutture territoriali, per le posizioni di rispettiva competenza, predisporranno i fascicoli elettronici nei quali l’operatore può inserire uno o più nominativi di dipendenti dell’amministrazione sui cui procedere alla regolarizzazione, ed in relazione ai quali può essere emessa, a carico dell’ente, la relativa nota di debito, con gli importi richiesti per ciascun nominativo.
L’ente potrà consultare i dettagli dei calcoli effettuati, accedendo al servizio web “Note di debito”, implementato appositamente con la funzione di visualizzazione e disponibile in automatico a tutti gli utenti già abilitati.
Ricevuta la nota di debito, l’ente avrà 90 giorni per pagare l’importo dovuto o per effettuarne la contestazione. La contestazione dovrà essere effettuata esclusivamente accedendo al servizio web “Note di Debito”.
All’atto della contestazione, l’ente potrà indicare il contributo da considerare in sostituzione di quello presente negli archivi dell’Istituto e inserire nel campo note i riferimenti della certificazione probatoria comunicata via PEC alla Struttura INPS competente.
Sul medesimo nominativo non è possibile effettuare la contestazione per più di due volte.
I nominativi oggetto di contestazione verranno espunti dalla nota di debito iniziale e saranno oggetto di una nuova lavorazione da parte delle Strutture competenti. In attesa della completa migrazione sul nuovo sistema, potrebbero pervenire anche notifiche di note di debito elaborate dall’applicativo “Sistemazioni contributive”; per tali note di debito dovranno essere seguite le modalità di contestazione in uso per il precedente applicativo.

L’adattamento del sistema Uniemens al settore della contribuzione agricola unificata


L’Inps illustra le nuove modalità di trasmissione tramite flussi Uniemens degli elementi retributivi, contributivi e assicurativi riferiti ai rapporti di lavoro instaurati nel settore dell’agricoltura, ai fini dell’accertamento e assoggettamento alla contribuzione agricola unificata; il nuovo sistema sarà obbligatorio a decorrere dal 1° gennaio 2020.


Come noto, il sistema attualmente in vigore prevede che i flussi contributivi relativi ai rapporti di lavoro agricolo, ai fini dell’accertamento e riscossione dei contributi, siano trasmessi trimestralmente entro la fine del mese successivo al trimestre di riferimento, attraverso la dichiarazione di manodopera modello Dmag/Unico, composto da un unico documento, contenente i dati dei singoli mesi relativi al trimestre di riferimento. Le informazioni così fornite vengono poi rielaborate a cura dell’Inps per la successiva fase di tariffazione, ovvero di calcolo dei contributi dovuti dall’azienda, nei quali è compresa la quota a carico del lavoratore, nonché per la compilazione e pubblicazione degli elenchi nominativi dei braccianti agricoli con successiva implementazione del relativo conto assicurativo.
Orbene, a decorrere dal mese di competenza gennaio 2020, le modalità di presentazione del flusso relativo alla manodopera occupata saranno così modificate:
– i dati retributivi saranno trasmessi tramite il flusso Uniemens;
– la cadenza temporale di trasmissione del flusso sarà mensile, con scadenza entro la fine del mese successivo a quello di competenza;
– il canale di trasmissione sarà continuamente aperto, seppur tenendo conto di diverse limitazioni in relazione al “periodo di emissione”, ovvero il trimestre solare per il quale si effettua la tariffazione. Resta infatti immutato il periodo temporale di insorgenza dell’autonoma obbligazione contributiva per ognuno dei quattro trimestri solari dell’anno.
Altresì, restano fermi:
– i termini di versamento dei contributi, ovvero: il 16 settembre per la contribuzione del primo trimestre, il 16 dicembre per la contribuzione del secondo trimestre, il 16 marzo dell’anno successivo per la contribuzione del terzo trimestre, il 16 giugno dell’anno successivo per la contribuzione del quarto trimestre;
– il termine per la compilazione e pubblicazione dell’elenco nominativo annuale fissato al 31 marzo dell’anno successivo;
– i termini degli elenchi trimestrali di variazione.
In sostanza, i flussi trasmessi mensilmente forniscono le informazioni necessarie per il calcolo della contribuzione trimestrale, che verrà elaborata a cura dell’Istituto e dovrà essere corrisposta entro i termini citati, ma la trasmissione mensile dei flussi non dà origine ad autonome obbligazioni contributive mensili. Allo stesso modo, relativamente alla compilazione e pubblicazione degli elenchi nominativi, i flussi mensili costituiscono gli elementi che danno origine alle iscrizioni, cancellazioni e/o variazioni.

ANF, le nuove modalità di compilazione del flusso Uniemens da luglio 2019


Le indicazioni ai datori di lavoro per la gestione della domanda di ANF, anche con riferimento all’ipotesi di necessità di provvedimento di autorizzazione, nonché per la compilazione del flusso Uniemens a partire dalla denuncia di competenza luglio 2019


Come noto, a decorrere dal 1° aprile 2019, le domande per la prestazione ANF devono essere presentate direttamente all’INPS, esclusivamente in modalità telematica. Fanno eccezione le richieste di prestazione familiare da parte degli operai agricoli a tempo indeterminato (OTI), che continuano ad utilizzare la modalità di presentazione della domanda cartacea al proprio datore di lavoro. In ogni caso, fino alla pubblicazione dei nuovi livelli reddituali, è possibile inoltrare esclusivamente le domande di ANF per il periodo di riferimento “01/04/2019 – 30/06/2019” o per periodi pregressi.
La nuova procedura “ANF DIP” permette il calcolo degli importi giornalieri e mensili teoricamente spettanti al richiedente in riferimento alla tipologia, al numero dei componenti ed al reddito complessivo del nucleo familiare nel periodo di riferimento per la prestazione richiesta. Anche in caso di variazione nella composizione del nucleo familiare nel periodo già richiesto, o nel caso in cui si modifichino le condizioni che danno diritto all’aumento dei livelli reddituali, il lavoratore interessato deve presentare all’Inps, esclusivamente in modalità telematica, una domanda di variazione per il periodo di interesse sempre attraverso la procedura “ANF DIP”.
In merito poi alle ipotesi che richiedono il rilascio dell’autorizzazione ANF, il lavoratore dipendente del settore privato o il soggetto titolare del diritto all’ANF, che presenta domanda di “ANF DIP”, se privo di un provvedimento di autorizzazione in corso di validità, deve presentare la domanda di autorizzazione tramite la procedura telematica “Autorizzazione ANF” corredata della documentazione necessaria. In caso di esito positivo, al cittadino richiedente non viene più inviato il provvedimento di accoglimento della domanda di autorizzazione (modello ANF43), ma si procede alla successiva istruttoria della domanda di “ANF DIP”, da parte della Struttura territoriale competente. Tali indicazioni si applicano alle domande di autorizzazione ANF presentate dal 1° aprile 2019, nonché alle domande presentate in data precedente ma non ancora istruite. Il provvedimento ANF43 deve, invece, essere inviato qualora la domanda sia stata presentata in riferimento ad una posizione tutelata di “operaio agricolo a tempo indeterminato (OTI)” in quanto tali lavoratori continuano ad utilizzare la modalità di presentazione della domanda cartacea al proprio datore di lavoro con il modello ANF/DIP, cui va allegato l’ANF43.
In ogni caso, il lavoratore deve comunicare l’esito positivo della richiesta di ANF al proprio datore di lavoro, il quale ha così accesso ai dati necessari all’erogazione e al conguaglio degli importi, tramite l’applicazione “Consultazione Importi ANF”, disponibile all’interno del Cassetto previdenziale aziende. La procedura consente di visualizzare gli importi massimi spettanti, giornalieri e mensili, e il periodo di riferimento.
Quanto alla compilazione del flusso Uniemens, fino alla denuncia contributiva di competenza del mese di giugno 2019, i dati vanno trasmessi con le attuali modalità. A decorrere dalla dichiarazione contributiva di luglio 2019, invece, è istituito nel flusso Uniemens (sezione <DenunciaIndividuale> di <PosContributiva> del flusso Uniemens aziende con dipendenti) l’elemento <InfoAggCausaliContrib>, volto ad associare a ciascun codice conguaglio ANF, il periodo di riferimento e l’identificativo della domanda ANF.