General contractor e Superbonus


La detrazione delle spese per lo studio di fattibilità fatturate dal General contractor, in quanto spesa professionale connessa e comunque richiesta dal tipo dei lavori è ammessa allo sconto in fattura, ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti previsti per la detrazione del Superbonus (Agenzia delle entrate – Risposta 16 luglio 2021, n. 480).

Nel caso di specie, l’istante chiede di poter fruire del Superbonus mediante la modalità alternativa del cd. «sconto in fattura» operando in qualità di contraente generale (GC o General Contractor), in relazione alle spese sostenute per realizzare una prestazione di servizi consistente in uno «studio di fattibilità» degli interventi agevolabili.
Al riguardo, nel presupposto che lo schema giuridico realizzato dall’istante sia quello del mandato senza rappresentanza – secondo cui i suddetti professionisti addebitano la propria prestazione all’istante in qualità di GC, che ribalta il costo del servizio sui beneficiari dell’agevolazione -, trova applicazione, ai fini IVA, l’articolo 3, terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633. Ai sensi di tale disposizione “le prestazioni di servizi rese o ricevute dai mandatari senza rappresentanza sono considerate prestazioni di servizi anche nei rapporti tra mandante e mandatario”, nel senso che hanno la stessa natura. In sostanza, il trattamento fiscale oggettivo dell’operazione, resa o ricevuta dal mandatario si estende anche al successivo passaggio mandatario-mandante, fermo restando il rispetto dei requisiti soggettivi degli operatori. Il mandatario, comunque, pur agendo per conto di un terzo opera a nome proprio.
Questi importi riaddebitati costituiscono parte integrante del corrispettivo per il servizio fornito dal GC al committente.
Al riguardo, per quanto concerne gli oneri oggetto di riaddebito, in ogni caso, non può essere incluso alcun margine funzionale alla remunerazione dell’attività posta in essere dal GC, in quanto esso costituisce un costo non incluso tra quelli detraibili al 110 per cento poiché espressamente menzionati nelle disposizioni del Superbonus.
Sono agevolabili tutte le spese caratterizzate da un’immediata correlazione con gli interventi che danno diritto alla detrazione, specificando che tra le predette spese non rientrano i compensi specificatamente riconosciuti all’amministratore per lo svolgimento degli adempimenti dei condomini connessi all’esecuzione dei lavori e all’accesso al Superbonus. Ciò risulta estendibile anche all’eventuale corrispettivo corrisposto al “contraente generale” per l’attività di “mero” coordinamento svolta e per lo sconto in fattura applicato, trattandosi, anche in questo caso, di costi non “direttamente” imputabili alla realizzazione dell’intervento. Pertanto, tale corrispettivo è, in ogni caso, escluso dall’agevolazione.
In particolare, essendo necessario, ai fini del Superbonus e dell’esercizio dell’opzione, che siano documentate le spese sostenute e rimaste effettivamente a carico del committente beneficiario dell’agevolazione, nel documento emessa dal GC per riaddebitare le spese relative ai servizi professionali, o in altra documentazione, deve essere descritto in maniera puntuale il servizio e indicato il soggetto che lo ha reso.
Alla luce di ciò e nei limiti di quanto sopra descritto, l’Agenzia ritiene che la detrazione delle spese per lo studio di fattibilità, in quanto spesa professionale connessa e comunque richiesta dal tipo dei lavori sia ammessa, con la modalità di cui al comma 1, lettera a) dell’articolo 121 del decreto Rilancio (cd. sconto in fattura), ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti previsti per la detrazione in esame.
Con riferimento alla possibilità di applicare le previsioni in materia di “sconto sul corrispettivo dovuto” anche con riferimento alle spese anticipate dal GC in nome e per conto del Condominio e riaddebitate per l’intero al momento dell’emissione del saldo dei lavori – l’Agenzia ritiene che laddove il progettista incaricato stipuli il contratto direttamente con il Condominio, ma quest’ultimo deleghi l’istante al pagamento del compenso dovuto in nome e per conto dello stesso, in forza di un mandato con rappresentanza, il primo dovrà emettere fattura a nome del Condominio committente e l’istante riaddebiterà le relative somme allo stesso senza applicazione dell’IVA. Ai sensi dell’articolo 15, comma 1, n. 3, del d.P.R. n. 633 del 1972, infatti, sono escluse dal computo della base imponibile, ai fini IVA, “le somme dovute a titolo di rimborso delle anticipazioni fatte in nome e per conto della controparte, purchè regolarmente documentate”, ossia quelle somme, anticipate per conto del mandante, che risultino da idonea fattura emessa da un terzo e intestata direttamente al mandante.

Bonus Sanificazione: comunicazione all’Agenzia delle entrate


Definiti i criteri e le modalità di applicazione e fruizione del credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 15 luglio 2021, n. 191910)

I soggetti aventi i requisiti previsti dalla legge per accedere al credito d’imposta comunicano all’Agenzia delle entrate l’ammontare delle spese ammissibili sostenute nei mesi di giugno, luglio e agosto 2021 (articolo 32 del decreto-legge 25 maggio 2021, n. 73).
A tal fine, con il provvedimento in oggetto, è stao approvato il modello di “Comunicazione delle spese per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione” con le relative istruzioni.
La Comunicazione è inviata esclusivamente con modalità telematiche, direttamente dal contribuente oppure avvalendosi di un intermediario, mediante:
a) il servizio web disponibile nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate;
b) i canali telematici dell’Agenzia delle entrate, nel rispetto dei requisiti definiti dalle specifiche tecniche allegate al presente provvedimento. Eventuali aggiornamenti delle specifiche tecniche saranno pubblicati nell’apposita sezione del sito internet dell’Agenzia delle entrate e ne sarà data relativa comunicazione.
A seguito della presentazione della Comunicazione è rilasciata, al massimo entro 5 giorni, una ricevuta che ne attesta la presa in carico, ovvero lo scarto, con l’indicazione delle relative motivazioni. La ricevuta viene messa a disposizione del soggetto che ha trasmesso la Comunicazione, nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate.
La Comunicazione può essere inviata dal 4 ottobre al 4 novembre 2021. Nello stesso periodo è possibile:
a) inviare una nuova Comunicazione, che sostituisce integralmente quella precedentemente trasmessa. L’ultima Comunicazione validamente trasmessa sostituisce tutte quelle precedentemente inviate;
b) presentare la rinuncia integrale al credito d’imposta precedentemente comunicato, con le stesse modalità.
Il credito d’imposta, per ciascun beneficiario, è pari al 30 per cento delle spese complessive risultanti dall’ultima Comunicazione validamente presentata, in assenza di successiva rinuncia. In ogni caso, il credito d’imposta richiesto non può eccedere il limite di 60.000 euro.
Ai fini del rispetto del limite di spesa, l’ammontare massimo del credito d’imposta fruibile è pari al credito d’imposta richiesto moltiplicato per la percentuale resa nota con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate, da emanare entro il 12 novembre 2021. Detta percentuale è ottenuta rapportando il limite complessivo di spesa all’ammontare complessivo dei crediti d’imposta richiesti. Nel caso in cui l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta richiesti risulti inferiore al limite di spesa, la percentuale è pari al 100 per cento.
Il credito d’imposta, in relazione alle spese effettivamente sostenute, può essere utilizzato dai beneficiari fino all’importo massimo fruibile:
a) nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa;
b) in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, a partire dal giorno lavorativo successivo alla pubblicazione del provvedimento.
Ai fini dell’utilizzo in compensazione del credito d’imposta:
a) il modello F24 è presentato esclusivamente tramite i servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento;
b) nel caso in cui l’importo del credito utilizzato in compensazione risulti superiore all’ammontare massimo, anche tenendo conto di precedenti fruizioni, il relativo modello F24 è scartato. Lo scarto è comunicato al soggetto che ha trasmesso il modello F24 tramite apposita ricevuta consultabile nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate;
c) non si applicano il limite massimo dei crediti di imposta e dei contributi compensabili ovvero rimborsabili ai soggetti intestatari di conto fiscale (articolo 34 della legge 23 dicembre 2000, n. 388), e il limite annuale di utilizzo dei crediti di imposta da indicare nel quadro RU della dichiarazione dei redditi (articolo 1, comma 53, della legge 24 dicembre 2007, n. 244), pro-tempore vigenti;
d) con successiva risoluzione sono impartite le istruzioni per la compilazione del modello F24.

Disciplina Iva degli scambi commerciali Italia-San Marino


Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha adottato, con il Decreto 21 giugno 2021 (pubblicato nella G.U. n.168 del 15-7-2021), la disciplina degli adempimenti ai fini Iva nei rapporti di scambio (cessioni di beni e prestazioni di servizi) tra Italia e San Marino, che tiene conto dell’obbligo generalizzato di fatturazione elettronica. Le nuove disposizioni si applicano a decorrere dal 1° ottobre 2021, con un periodo transitorio fino al 30 giugno 2022.

Con il Decreto Crescita del 2019 è stato stabilito che ai fini Iva gli adempimenti relativi ai rapporti di scambio con la Repubblica di San Marino devono essere eseguiti in via elettronica, fatta eccezione per gli esoneri dall’obbligo generalizzato di fatturazione elettronica previsti da specifiche disposizioni di legge.
Con il Decreto del 21 giugno 2021, il Ministero dell’Economica e delle Finanze ha approvato le disposizioni attuative, che saranno in vigore dal 1° ottobre 2021. È previsto un periodo transitorio fino al 30 giugno 2022 durante il quale gli operatori sammarinesi e quelli italiani possono optare alternativamente per la fatturazione in formato elettronico utilizzando il sistema di interscambio (SDI) o in formato cartaceo.
A decorrere dal 1° luglio 2022, le fatture, nonché le note di variazione, devono essere emesse in formato elettronico utilizzando il sistema di interscambio (SDI), fatta eccezione per gli esoneri dall’obbligo generalizzato di fatturazione elettronica previsti da specifiche disposizioni di legge.

Il decreto stabilisce che, ai fini Iva, le cessioni di beni verso San Marino, e i servizi connessi, effettuate da soggetti passivi italiani a operatori economici sammarinesi, costituiscono operazioni non imponibili.
Si considera cessione anche l’invio di beni nel territorio della Repubblica di San Marino, mediante trasporto o spedizione a cura del soggetto passivo italiano o da terzi per suo conto. L’assimilazione non si applica se l’invio dei beni a San Marino è giustificato:
– dallo svolgimento di perizie o di operazioni di perfezionamento o di manipolazioni usuali intese a garantirne la conservazione oppure a migliorarne la presentazione o la qualità commerciale o a prepararne la distribuzione o la rivendita, a condizione che i beni siano successivamente trasportati o spediti al committente;
– da un temporaneo utilizzo per l’esecuzione di prestazioni.
Al fine di escludere l’assimilazione, le operazioni devono essere annotate in apposito registro, e la relativa causale deve essere indicata nel documento di trasporto.


Le operazioni si considerano effettuate all’inizio del trasporto o della spedizione al cessionario o a terzi per suo conto.
Tuttavia, se è successivo alla consegna o spedizione, l’operazione si considera effettuata nel momento in cui si realizza l’effetto traslativo e in ogni caso dopo il decorso di un anno dalla consegna o spedizione.
Parimenti, nel caso di beni trasferiti in dipendenza di contratti estimatori e simili, l’operazione si considera effettuata all’atto della loro rivendita a terzi ovvero, se i beni non sono restituiti anteriormente, alla scadenza del termine pattuito dalle parti e in ogni caso dopo il decorso di un anno dalla consegna o spedizione.
In entrambi i suddetti casi, la deroga al momento di effettuazione delle operazioni si applica a condizione che siano annotate in apposito registro e nel documento di trasporto sia indicata la relativa causale.
Qualora, però, prima del verificarsi degli eventi appena indicati o indipendentemente da essi sia emessa fattura, o sia pagato in tutto o in parte il corrispettivo, l’operazione si considera effettuata, limitatamente all’importo fatturato o pagato, alla data della fattura o a quella del pagamento.


Le fatture emesse in formato elettronico devono essere inviate tramite SDI e devono riportare il numero identificativo del cessionario sammarinese attribuito dalla Repubblica di San Marino. Lo SDI trasmette le fatture all’ufficio tributario di San Marino, il quale, una volta verificato il regolare assolvimento dell’imposta sull’importazione, convalida la regolarità della fattura e comunica l’esito del controllo al competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate. Tale esito è reso disponibile all’operatore italiano dall’Agenzia delle Entrate attraverso un apposito canale telematico. Se entro i 4 mesi successivi all’emissione della fattura, l’ufficio tributario di San Marino non ne ha convalidato la regolarità, nei 30 giorni successivi, deve essere emessa nota di variazione per integrare l’Iva. In tal caso, non si applicano sanzioni e interessi.
I soggetti non obbligati ad emettere la fattura elettronica, possono optare per la fattura in formato cartaceo. In tal caso la fattura deve essere emessa in 3 esemplari, 2 dei quali devono essere consegnati al cessionario. Se entro 4 mesi dall’emissione il cessionario sammarinese non riconsegna l’esemplare della fattura cartacea vidimata dall’ufficio tributario di San Marino, deve essere fatta comunicazione a quest’ultimo e, per conoscenza, al competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate. Qualora, entro trenta giorni, non sia ricevuta l’esemplare della fattura vidimata, deve essere emessa nota di variazione per integrare l’Iva. In tal caso, non si applicano sanzioni e interessi.
Sia in caso di fattura elettronica, che in caso di fattura cartacea, la vidimazione dell’ufficio tributario di San Marino è condizione per la non imponibilità delle cessioni.


Per le prestazioni di servizi rese da soggetti passivi italiani nei confronti di operatori economici sammarinesi, la fattura può essere emessa in formato elettronico tramite il SDI, che la trasmette all’ufficio tributario di San Marino per il successivo inoltro al committente.

Particolari disposizioni sono previste per:
– le cessioni nei confronti di privati (cd. operazioni B2C);
– le cessioni di mezzi di trasporto nuovi;
– le vendite a distanza;
– la cessioni di enti, associazioni e altre organizzazioni non soggetti passivi d’imposta in Italia.

Split payment non escludibile alla liquidazione diretta dei danni subiti dalle vetture


Non è esclusa dall’applicabilità dello split payment di cui all’art. 17-ter, D.P.R. n. 633/1972, la procedura di liquidazione diretta del danno per le prestazioni di riparazione delle autovetture in uso, sulla base delle pattuizioni contrattuali assicurative (Agenzia Entrate – risposta 15 luglio 2021, n. 474).

La disciplina dello split payment (scissione dei pagamenti), prevede in relazione agli acquisti di beni e servizi effettuati dalle pubbliche amministrazioni, per i quali queste non siano debitori d’imposta, che l’IVA addebitata dal fornitore nelle relative fatture deve essere versata dall’amministrazione acquirente direttamente all’Erario, anziché allo stesso fornitore, scindendo quindi il pagamento del corrispettivo dal pagamento della relativa imposta.
Con riferimento all’ambito oggettivo di applicazione del meccanismo dello split payment, come già chiarito dall’Agenzia delle Entrate in precedenti documenti di prassi, il meccanismo non è applicabile alle operazioni rese alle pubbliche amministrazioni in relazione alle quali, il fornitore ha già nella propria disponibilità il corrispettivo spettante e, in forza di una disciplina speciale contenuta in una norma primaria o secondaria, trattiene lo stesso riversando alla PA committente un importo netto.
Le medesime ragioni giustificano la non applicazione della disciplina della scissione dei pagamenti anche nelle fattispecie in cui il fornitore abbia già nella propria disponibilità il corrispettivo spettante, in forza di un provvedimento giudiziale (ad esempio, le prestazioni rese dal professionista delegato dall’Autorità Giudiziaria alla procedura di esecuzione immobiliare, in relazione alla fatturazione del compenso).
Inoltre, l’Agenzia delle Entrate ha escluso l’applicazione dello split payment ai compensi ed oneri accessori liquidati ai consulenti tecnici d’ufficio, cd. CTU, che operano su incarico e come ausiliari dell’Autorità giudiziaria.
Tale esclusione, non può trovare applicazione nel caso di specie, in cui è prevista la procedura di liquidazione diretta del danno per le prestazioni di riparazione delle autovetture in uso, sulla base delle pattuizioni contrattuali convenute tra le parti coinvolte.
In particolare nel caso di specie, il Centro Liquidazione Danni (CLD) della compagnia assicurativa provvede a liquidare direttamente gli importi dovuti per la riparazione dei veicoli alla carrozzeria sulla base delle pattuizioni negoziali pattuite nel contratto generale per la prestazione dei servizi inerenti le coperture assicurative dei rischi connessi alla circolazione dei veicoli e dei natanti. Tale fattispecie rientra nel campo di applicazione della disciplina della scissione dei pagamenti e conseguentemente, il fornitore deve emettere fattura nei confronti della società proprietaria dei veicoli per la sola quota riferibile all’imponibile relativo all’importo liquidato dalla compagnia assicurativa che provvederà a versare la relativa Iva.


Restituzione delle somme assoggettate a tassazione in anni precedenti: chiarimenti dal Fisco

 



L’Agenzia delle entrate ha fornito chiarimenti in merito all’ambito applicativo delle disposizioni che prevedono la restituzione al sostituto di somme indebitamente percepite, assoggettate a tassazione in anni precedenti (Agenzia Entrate – circolare 14 luglio 2021, n. 8).

Sul punto, al fine di deflazionare l’insorgere di contenziosi tra i datori di lavoro e i dipendenti tenuti alla restituzione delle predette somme, l’art. 150 del D.L. Rilancio (D.L. n. 34/2020) ha introdotto nell’art. 10 del TUIR il comma 2-bis con il quale è stata espressamente prevista la cosiddetta modalità di restituzione “al netto” in aggiunta a quella al “lordo” della ritenuta stabilita dall’articolo 10, lettera d-bis) (somme restituite al soggetto erogatore, se assoggettate a tassazione in anni precedenti).


Tale disposizione interviene nel solco di un orientamento giurisprudenziale consolidatosi negli ultimi anni in base al quale la restituzione de quo deve riguardare solo le somme “effettivamente” percepite dal contribuente ovvero quelle entrate nella concreta disponibilità del percettore2.

Somme restituite al soggetto erogatore “al lordo” delle ritenute subite al momento della percezione

Ai sensi dell’art. 10, co. 1, lett. d-bis) del Tuir, sono deducibili dal reddito le somme restituite al soggetto erogatore se tassate in anni precedenti, nel presupposto che la restituzione sia al lordo delle ritenute fiscali. La disciplina prevista dal Tuir riguarda non solo i redditi di lavoro dipendente, ma tutti i redditi tassati con il criterio di cassa e, quindi, anche i compensi di lavoro autonomo professionale o altri redditi di lavoro autonomo, come i diritti di autore, e i redditi diversi.


La disposizione sostanzialmente si applica alle somme oggetto di restituzione, sia assoggettate a ritenuta a titolo di imposta o a imposta sostitutiva o a titolo di acconto, sia a quelle assoggettate a Irpef in sede di dichiarazione dei redditi; tali somme costituiscono un onere deducibile indipendentemente dalla modalità di tassazione subita.


Per consentire il recupero delle imposte versate al momento della percezione delle somme, la Legge di stabilità 2014 (L. n. 147/2013) ha previsto, dal 1° gennaio 2013, modificando la lett. d-bis del comma 1 dell’art. 10 del Tuir, nel confermare la deducibilità delle somme restituite al soggetto erogatore, se assoggettate a tassazione in anni precedenti, che “l’ammontare, in tutto o in parte, non dedotto nel periodo d’imposta di restituzione può essere portato in deduzione dal reddito complessivo dei periodi d’imposta successivi; in alternativa, il contribuente può chiedere il rimborso dell’imposta corrispondente all’importo non dedotto secondo modalità definite con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze del 5 aprile 2016.


Al riguardo, l’art. 1, comma 4, del citato decreto ministeriale dispone che “In alternativa alla deducibilità dal reddito complessivo dei periodi d’imposta successivi, il contribuente può chiedere il rimborso dell’importo determinato applicando all’intero ammontare delle somme non dedotte l’aliquota corrispondente al primo scaglione di reddito di cui all’art. 11 del citato TUIR. La richiesta di rimborso è irrevocabile”.

Restituzione al soggetto erogatore “al netto” della ritenuta subita al momento della percezione

Nell’art. 10 del Tuir è stato introdotto il co. 2-bis ai sensi del quale le somme di cui alla lettera d-bis) del comma 1, se assoggettate a ritenuta, sono restituite al netto della ritenuta subita e non costituiscono oneri deducibili.


Con tale disposizione, il legislatore ha disciplinato espressamente una modalità di restituzione delle somme già assoggettate a tassazione, che si aggiunge a quella già prevista (al “lordo” della ritenuta) dalla citata lettera d-bis), disponendo la restituzione al “netto” della ritenuta.


In base alla normativa attuale, dunque, sono previste due distinte modalità di restituzione delle somme, in quanto:


– il D.L. Rilancio, pur modificando l’art. 10 del Tuir, con l’inserimento del comma 2-bis, ha lasciato immutata la lettera d-bis) che è tutt’ora vigente disciplina la restituzione “anche” di somme assoggettate a ritenuta;


– nel primo comma dell’art. 150, D.L. n. 34/2020 si dispone che le somme restituite al netto delle ritenute subite non costituiscono oneri deducibili.


Sotto il profilo applicativo, al fine di evitare ingiustificate disparità di trattamento in base alla diversa tipologia di ritenuta operata, la restituzione al “netto” della ritenuta, può avvenire nell’ipotesi in cui le somme da restituire siano state assoggettate a qualsiasi titolo, a ritenuta alla fonte, nonostante la rubrica dell’art. 150 faccia riferimento esclusivamente alle ritenute alla fonte a titolo di acconto.


Conseguentemente, la disposizione in esame trova applicazione, a titolo esemplificativo, anche in caso di restituzione di somme assoggettate ad imposta sostitutiva.

Determinazione dell’importo netto delle somme da restituire al soggetto erogatore e assoggettate a tassazione in anni precedenti

Al fine di determinare l’importo netto da restituire, con riferimento all’ipotesi in cui l’indebito sia relativo ad una parte della somma complessivamente erogata in anni precedenti, in assenza di disposizioni al riguardo, il sostituto sarà tenuto a sottrarre dall’importo lordo che il contribuente è tenuto a corrispondere, la quota parte delle ritenute operate ai fini Irpef, proporzionalmente riferibili all’indebito.

Calcolo del credito d’imposta riconosciuto al soggetto erogatore/sostituto d’imposta

L’art. 150, D.L. n. 34/2020 ha, inoltre, disciplinato le modalità con le quali il sostituto d’imposta recupera le ritenute Irpef versate all’Erario all’atto della corresponsione delle somme, riconoscendogli un credito d’imposta pari al 30% delle somme restituite al “netto” delle ritenute.


Il credito d’imposta, stabilito forfetariamente dal legislatore, non dovrà essere ricalcolato (in aumento o in diminuzione) dal sostituto d’imposta in base all’importo delle ritenute versate al momento dell’erogazione delle somme, successivamente restituite.


La misura del credito è calcolata sull’importo netto restituito, considerando che, su una somma lorda di 100, sia stata applicata l’aliquota corrispondente al primo scaglione di reddito, attualmente prevista nella misura del 23%, analogamente a quanto disposto dall’art. 1, co. 4, D.M. 5 aprile 2016, per la determinazione dell’imposta rimborsabile al percettore delle somme indebite, in quanto, il 23% di 100 è pari al 30% di 77.


Nel caso in cui la restituzione abbia ad oggetto somme che sono state tassate solo in parte, il credito d’imposta deve essere calcolato sulle somme restituite al netto di quelle che non erano state tassate al momento dell’erogazione.

Momento di utilizzo del credito d’imposta

Il diritto del sostituto a fruire del credito d’imposta sorge nel momento in cui non può più essere eccepita la legittimità della pretesa alla restituzione.


Più precisamente, tenuto conto che il recupero delle ritenute Irpef (“operate e versate”) attiene al rapporto tra sostituto d’imposta ed Erario, la “definitività” della pretesa alla restituzione delle somme consente al sostituto di fruire dell’intero ammontare del credito d’imposta, a prescindere dall’importo effettivamente corrisposto dal sostituito.


Ai fini dell’utilizzo del credito di imposta, pertanto, sono irrilevanti le vicende e le modalità relative alla concreta restituzione dell’indebito (ad esempio, corresponsione rateale o mancata restituzione).


Tuttavia, qualora, nelle more della definitività della pretesa, il sostituito corrisponda al netto le somme precedentemente percepite, il sostituto potrà comunque avvalersi del credito d’imposta nel periodo d’imposta in cui è avvenuta la restituzione.


Della restituzione delle somme, nonché dell’emersione del credito d’imposta, si dovrà dare evidenza rispettivamente nel modello di Certificazione Unica (CU) rilasciata dal sostituto e nel modello di dichiarazione dei sostituti d’imposta e degli intermediari (modello 770), così come illustrato nelle relative istruzioni ai predetti modelli di dichiarazione.


Al riguardo, il sostituto d’imposta evidenzierà nel modello 770 – Quadro SX – Rigo SX1 – Colonna 5 – l’intero credito spettante su ripetizione dell’indebito, subordinatamente alla compilazione del punto 475 della CU relativa ai redditi di lavoro dipendente, assimilati ed assistenza fiscale, nonché del punto 22 della CU relativa ai redditi di lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi, considerato che, come precedentemente rappresentato, il diritto del sostituto a fruire del credito d’imposta sorge nel momento in cui non può più essere eccepita la legittimità della pretesa alla restituzione, risultando, conseguentemente, irrilevanti le vicende e le modalità relative alla concreta restituzione dell’indebito.

Diritto al credito d’imposta

In relazione ai soggetti che ai sensi dell’art. 150, co. 2 del D.L. Rilancio fruiscono del credito d’imposta pari al 30% delle somme ricevute, va detto che tale istituto è volto al recupero, da parte del sostituto d’imposta, delle ritenute operate e versate all’Erario per conto del percettore delle somme.


Le Amministrazioni dello Stato, come previsto dall’art. 29, co. 1, D.P.R. n. 600/1973, all’atto del pagamento devono effettuare una “ritenuta diretta” in acconto dell’Irpef dovuta dai percipienti secondo le modalità previste dalle norme sulla contabilità generale dello Stato (art. 2, D.P.R. n. 602/1973).


Tale modalità di riscossione non comporta, in ragione della coincidenza tra il sostituto d’imposta e il soggetto creditore del tributo, il versamento all’Erario delle ritenute operate sulle somme erogate.


Al riguardo, la Corte di Cassazione ha più volte rilevato che la nozione di “ritenuta diretta” implica una sorta di compensazione che lo Stato opera fra il credito fiscale ed il controcredito del contribuente e, pertanto, riguarda esclusivamente le amministrazioni statali.


Conseguentemente, il credito d’imposta, quale strumento volto a recuperare crediti nei confronti dell’Erario, non ha ragione di essere utilizzato dalle Amministrazioni dello Stato.

Decorrenza

Per espressa previsione normativa, ovvero ai sensi del co. 3 dell’art. 150 del D.L. Rilancio, la restituzione delle somme al soggetto erogatore al netto delle ritenute Irpef opera per quelle restituite dal 1° gennaio 2020, facendo salvi i rapporti già definiti alla data di entrata in vigore del decreto, ovvero già definiti alla data dal 19 maggio 2020.


In altre parole, la nuova disposizione non trova applicazione se alla data del 19 maggio 2020:


– il contribuente ha già restituito l’indebito al “lordo”;


– per effetto di pronunce giurisdizionali passate in giudicato, sia stabilita la restituzione al “lordo”, salvo diverso successivo accordo tra le parti;


– sia in corso un piano di restituzione rateizzato, calcolato al “lordo” delle ritenute operate all’atto dell’erogazione, salvo diverso successivo accordo tra le parti.


In caso di restituzione al “lordo”, resta fermo il diritto alla deduzione, ai sensi dell’art. 10, co. 1, lett. d-bis, del Tuir.


Tenuto conto che, potrebbero verificarsi casi in cui alla data del 31 dicembre 2019, a seguito di sentenza definitiva o accordo, la restituzione è stabilita al netto, il sostituto d’imposta può fruire del credito d’imposta in relazione alle restituzioni avvenute dal 1° gennaio 2020.

Fisco: nuovi servizi web per ricevere certificati e consegnare documenti



In arrivo i nuovi servizi web per ricevere certificati e consegnare documenti eldichiarazione di successione con la compilazione assistita (AGENZIA DELLE ENTRATE – Comunicato 14 luglio 2021)


I nuovi servizi sul sito delle Entrate sono i seguenti: il servizio “Consegna documenti e istanze” e i servizi per la richiesta del certificato di attribuzione del codice fiscale e del certificato di attribuzione della partita Iva, nonché il servizio di compilazione della dichiarazione di successione.
Il nuovo servizio “Consegna documenti ed istanze” è accessibile tramite l’area riservata del sito www.agenziaentrate.gov.it e permette di inviare direttamente online alcune tipologie di documenti ed istanze agli uffici delle Entrate, senza recarsi fisicamente ai front-office. Si tratta di un ulteriore servizio che si aggiunge a quelli già disponibili via Web e che consente ai cittadini di inviare documenti e ricevere assistenza, senza dover necessariamente accedere a un ufficio territoriale dell’Agenzia. Inoltre, nella nuova area riservata è stata predisposta una funzionalità dedicata al rilascio dei “certificati di attribuzione del codice fiscale e di attribuzione della partita Iva”, due certificazioni che fino ad oggi erano rilasciate solo in ufficio, anche tramite servizi agili. Il servizio è molto semplice e consente la rapida generazione, il download e l’eventuale stampa del certificato, in formato originale e in copia conforme.
Il servizio “Successione web” riguarda la successione online con il via libera in tempo reale del Fisco sui singoli dati inseriti e la possibilità per l’utente di caricare direttamente le informazioni degli immobili registrate in Catasto. Il nuovo servizio che consente di inviare via web la dichiarazione e la domanda di volture catastali è ora attivo e disponibile nell’area riservata del sito dell’Agenzia. Per accedere, basta inserire le proprie credenziali: un percorso guidato aiuta l’utente a riempire correttamente i campi, segnalando eventuali errori, mentre una nuova funzionalità permette di importare i dati in possesso dell’Agenzia. Viene inoltre offerto supporto alla compilazione tramite alcuni messaggi che segnalano in tempo reale l’inserimento di dati non corretti o documenti non conformi, sulla base delle informazioni in possesso del Fisco, per supportare il contribuente e aiutarlo a non commettere errori.
I tre nuovi servizi web sono “pronti all’uso”: non richiedono, cioè, che venga installato e configurato in remoto alcun software ma semplicemente che l’utente acceda tramite credenziali Spid, oppure con la propria Cie o la propria Cns, o, se ne è in possesso, con le proprie credenziali Fisconline/Entratel. Nel caso del servizio Consegna documenti e istanze, ad esempio, l’utente identificato accede al servizio, dichiara se invia per proprio conto o per conto di altri, conferma i suoi contatti (e-mail e/o telefono), seleziona il tipo di documento o di istanza che vuole inviare, fornendo eventualmente brevi informazioni, individua la struttura destinataria, carica il documento e lo invia. Una volta completati i controlli sui file (antivirus e formato), la procedura genera e rende disponibile in area autenticata la ricevuta.
L’area riservata del sito delle Entrate si arricchisce di nuovi servizi e funzionalità e diventa più semplice da fruire tramite smartphone e tablet. I cittadini potranno personalizzarla, aggiungendo tra i preferiti i servizi più utilizzati, e avvalersi di un nuovo motore di ricerca per trovarli più rapidamente. Una volta effettuato l’accesso, l’area riservata mostra una sezione “In primo piano” con le ultime novità fiscali più importanti e uno spazio in cui è possibile consultare eventuali notifiche personali, come le ricevute relative alla trasmissione di atti, le dichiarazioni, i versamenti e così via, oltre alla possibilità di impostare in brevissimo tempo le informazioni fondamentali del profilo utente (email o Pec, telefono ecc.). L’assistenza online resterà sempre attiva e a portata di mano, per aiutare l’utente a orientarsi tra i vari servizi online.

L’impiego di soci come dipendenti giustifica l’antieconomicità della gestione


Il comportamento assolutamente contrario ai canoni dell’economia d’impresa, costituito dal conseguimento di un reddito inferiore a quello di un lavoratore dipendente a fronte di un elevato volume d’affari, oltre alla sproporzione tra spese per pubblicità e dipendenti rispetto all’utile di esercizio, giustifica la rettifica del reddito dichiarato mediante un accertamento induttivo, anche in presenza di contabilità formalmente tenuta. Tuttavia, l’antieconomicità può essere legittimamente giustificata dal fatto che i soci siano assunti come lavoratori dipendenti. (Corte di Cassazione – Ordinanza 12 luglio 2021, n. 19753).

La controversia trae origine dall’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate ha rettificato il reddito della società, esercente attività di pizzeria-ristorazione, in presenza di un perdurante comportamento antieconomico della società stessa.
Su ricorso della società, i giudici tributari hanno annullato l’avviso di accertamento ritenendo esclusa l’antieconomicità della gestione in considerazione della circostanza che due dei quattro soci della compagine erano lavoratori dipendenti a tempo pieno ed avevano dichiarato i relativi redditi percepiti dalla società stessa; hanno inoltre osservato che l’Ufficio non aveva dimostrato l’inattendibilità della contabilità, applicando meri parametri induttivi e supposizioni.
La decisione è stata impugnata dall’Agenzia delle Entrate, che ne ha eccepito l’erroneità per aver ritenuto dimostrata l’attendibilità e validità della contabilità, sulla base dell’entità dei redditi dichiarati dai due soci lavoratori (su quattro complessivi), evidenziando al contrario il conseguimento di un reddito d’impresa inferiore a quello di un lavoratore dipendente a fronte di un elevato volume d’affari, oltre alla sproporzione tra spese per pubblicità e dipendenti rispetto all’utile di esercizio.


La Corte Suprema ha osservato che l’accertamento con metodo analitico-induttivo, con cui il fisco procede alla rettifica di singoli componenti reddituali, ancorché di rilevante importo, è consentito pure in presenza di contabilità formalmente tenuta, giacché la disposizione presuppone, appunto, scritture regolarmente tenute e, tuttavia, contestabili in forza di valutazioni condotte sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti che facciano seriamente dubitare della completezza e fedeltà della contabilità esaminata.
Una volta contestata dall’erario l’antieconomicità di un comportamento posto in essere dal contribuente, poiché assolutamente contrario ai canoni dell’economia, incombe sul medesimo l’onere di fornire, al riguardo, le necessarie spiegazioni, essendo – in difetto – pienamente legittimo il ricorso all’accertamento induttivo da parte dell’amministrazione, con inversione dell’onere della prova.
Con riferimento al settore della ristorazione, la Suprema Corte ha ritenuto legittimo, nonostante la contabilità aziendale regolarmente tenuta sul piano formale, l’accertamento, che, in via presuntiva, ha ricostruito i ricavi dell’impresa in base al consumo dei tovaglioli utilizzati, risultante, per quelli di carta, dalle fatture o ricevute di acquisto e, per quelli di stoffa, dalle ricevute della lavanderia, costituendo dato assolutamente normale quello secondo cui, per ciascun pasto, ogni cliente adopera un solo tovagliolo, per cui il relativo numero è un fatto noto, anche da solo idoneo, da cui desumere il numero di pasti effettivamente consumati, una volta dedotti – cosiddetta percentuale di sfrido – i tovaglioli abitualmente utilizzati per altri scopi, come i pasti dei dipendenti.
Più in generale, la Cassazione, ha affermato che in tema di accertamento con metodo analitico induttivo, la circostanza che un’impresa commerciale dichiari, per più annualità, un volume di affari inferiore agli acquisti ed applichi modestissime percentuali di ricarico sulla merce venduta costituisce una condotta anomala, di per sé sufficiente a giustificare la rettifica del reddito sulla base di un accertamento analitico-induttivo. In tal caso, il giudice tributario, per poter annullare l’accertamento, deve motivare con validi argomenti le ragioni che giustifichino il comportamento del contribuente, non esauribili nel richiamo alla mera libertà di impresa riguardo alla propria politica commerciale.


Nel caso in esame, la Corte di Cassazione ha condiviso la motivazione dei giudici tributari ritenendo che – anche sulla base delle “materie prime, fattore lavoro, lavaggio tovaglioli, ecc.” – la società abbia sufficientemente dimostrato l’attendibilità della propria contabilità, in particolare dovendo tenersi conto della circostanza che due dei quattro soci erano anche lavoratori, i quali per l’anno oggetto di accertamento hanno percepito redditi da lavoro dipendente regolarmente dichiarati e assoggettati ad imposta.
In altri termini, l’apparente antieconomicità della gestione della società risulta giustificata dal fatto che due dei quattro soci percepivano un reddito da lavoro alle dipendenze della società, così incrementandosi la consistenza dei costi fissi di gestione, ma con lo spostamento “a valle” del soddisfacimento delle ragioni erariali, ossia sulle componenti reddituali dei soci, anziché su quella sociale.

Conversione DL Sostegni-bis: tax credit locazioni e ricontrattazione locazioni commerciali


Estensione del credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d’azienda e riformulata la disciplina relativa alla ricontrattazione delle locazioni commerciali (Bozza di conversione Decreto Sostegni-bis approvata dalla Camera dei Deputati).

Il credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d’azienda, di cui ai commi 1 e 2 dell’articolo 28 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, spetta anche alle imprese esercenti attività di commercio al dettaglio, con ricavi superiori a 15 milioni di euro nel secondo periodo d’imposta antecedente a quello della data di entrata in vigore del decreto, in relazione ai canoni versati con riferimento a ciascuno dei mesi da gennaio 2021 a maggio 2021, a condizione che l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi del periodo compreso tra il 1° aprile 2020 e il 31 marzo 2021 sia inferiore almeno del 30 per cento rispetto all’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi del periodo compreso tra il 1° aprile 2019 e il 31 marzo 2020. Il credito d’imposta spetta anche in assenza dei requisiti di cui al periodo precedente ai soggetti che hanno iniziato l’attività a partire dal 1° gennaio 2019. Alle imprese in questione il credito d’imposta spetta, rispettivamente, nelle misure del 40 per cento e del 20 per cento.

Le disposizioni per la ricontrattazione delle locazioni commerciali sono volte a consentire un percorso regolato di condivisione dell’impatto economico derivante dall’emergenza epidemiologica da COVID-19, a tutela delle imprese e delle controparti locatrici, nei casi in cui il locatario abbia subìto una significativa diminuzione del volume d’affari, del fatturato o dei corrispettivi, derivante dalle restrizioni sanitarie, nonché dalla crisi economica di taluni comparti e dalla riduzione dei flussi turistici legati alla crisi pandemica in atto.
Nei casi in cui il locatario non abbia avuto diritto di accedere, a partire dall’8 marzo 2020, ad alcuna delle misure di sostegno economico adottate dallo Stato per fronteggiare gli effetti delle restrizioni imposte dall’emergenza epidemiologica da COVID-19 ovvero non abbia beneficiato di altri strumenti di supporto di carattere economico e finanziario concordati con il locatore anche in funzione della crisi economica connessa alla pandemia stessa, il locatario e il locatore sono chiamati a collaborare tra di loro in buona fede per rideterminare temporaneamente il canone di locazione per un periodo massimo di cinque mesi nel corso del 2021.
Tali disposizioni si applicano esclusivamente ai locatari esercenti attività economica che abbiano registrato un ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi nel periodo compreso tra il 1° marzo 2020 e il 30 giugno 2021 inferiore almeno del 50 per cento rispetto all’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi del periodo compreso tra il 1° marzo 2019 e il 30 giugno 2020 e la cui attività sia stata sottoposta a chiusura obbligatoria per almeno duecento giorni anche non consecutivi a partire dall’8 marzo 2020.


Obbligo di operazioni tracciabili per il regime agevolato ASD e SSD


Le società, gli enti e le associazioni sportive dilettantistiche che fruiscono del regime di tassazione agevolato, hanno l’obbligo di utilizzare strumenti di pagamento tracciabili per gli incassi e i pagamenti oltre una determinata soglia. Anche un esiguo numero di operazioni effettuate in violazione delle disposizioni sulla tracciabilità comporta la decadenza dei benefici (Corte di Cassazione – Ordinanza 12 luglio 2021, n. 19859).

La controversia trae origine degli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate a seguito della decadenza dal regime fiscale agevolato previsto in favore delle società e associazioni sportive dilettantistiche, dovuta alla violazione dell’obbligo di tracciabilità in relazione ad alcuni incassi percepiti dalla società.
Su ricorso della società, i giudici tributari hanno annullato gli avvisi di accertamento, ritenendo illegittima la revoca del regime di favore, poiché, rispetto alle migliaia di operazioni verificate, erano state rinvenute soltanto tre operazioni che non rispettavano le disposizioni sulla tracciabilità. Secondo i giudici, si trattava di “errori veramente esigui”, plausibili e giustificabili, a fronte dei quali prevaleva senz’altro la sua buona fede, attestata anche dallo spirito collaborativo che la società aveva manifestato nel corso dell’attività accertatrice.

Decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione, riconoscendo la legittimità della revoca del regime agevolato a seguito delle violazioni riguardanti le disposizioni sulla tracciabilità, seppur esigue.
La Corte Suprema ha osservato che in base alla disciplina agevolativa, nel rispetto di determinate condizioni, sono previste particolari modalità di determinazione forfetaria del reddito imponibile e dell’IVA, nonché agevolazioni in materia di adempimenti contabili, di certificazione dei corrispettivi e dichiarativi, in favore delle associazioni sportive e relative sezioni non aventi scopo di lucro, affiliate alle federazioni sportive nazionali o agli enti nazionali di promozione sportiva riconosciuti ai sensi delle leggi vigenti, che svolgono attività sportive dilettantistiche.
In ordine alle condizioni per fruire del regime agevolato è stabilito che i pagamenti a favore di società, enti o associazioni sportive dilettantistiche devono essere eseguiti, se di importo pari o superiore a 516,46 euro (1.000 euro a decorrere dal 1° gennaio 2015) tramite conti correnti bancari o postali a loro intestati ovvero secondo altre modalità idonee a consentire all’amministrazione finanziaria lo svolgimento di efficaci controlli.
La disposizione prevede espressamente che l’inosservanza delle prescrizioni sulla tracciabilità delle operazioni finanziarie comporta la decadenza dalle agevolazioni e l’applicazione delle sanzioni tributarie amministrative.


La Suprema Corte ha dunque affermato che nella fattispecie deve applicarsi il principio di diritto secondo il quale le norme che prevedono agevolazioni tributarie sono di stretta interpretazione, nel senso che non sono in alcun modo applicabili a casi e situazioni non riconducibili al relativo significato letterale.
In particolare, le norme che riconoscono agevolazioni o benefici fiscali in deroga all’ordinario regime d’imposizione sono norme ad interpretazione rigida ed anelastica, in quanto rigorosamente legata al dato letterale. Ed è la centralità stessa del criterio nel sistema dell’imposizione, al fine del perseguimento degli equilibri cui l’imposizione deve mirare in ottemperanza ai principi costituzionali a rendere ineludibile l’osservanza di tale regula iuris.
In base a tale principio, pertanto, deve ritenersi legittima la decadenza dal regime di tassazione agevolata in ragione delle operazioni non tracciabili compiute dalla contribuente, ancorché di numero esiguo, in considerazione de testo della norma che dispone la decadenza della società dilettantistica dal regime fiscale agevolato ove le operazioni finanziarie dalla stessa compiute non siano “tracciabili”.
Trattandosi di una disposizione finalizzata alla fruizione di un’agevolazione, non sono ammesse deroghe o eccezioni di sorta alla decadenza in rapporto alla maggiore o minore ampiezza della “zona grigia” delle operazioni irregolari.

Saggio degli interessi nelle transazioni commerciali


Definito il saggio degli interessi da applicare a favore del creditore nei casi di ritardo nei pagamenti nelle transazioni commerciali (MEF – Comunicato 13 luglio 2021)

Gli interessi moratori sono determinati nella misura degli interessi legali di mora. Nelle transazioni commerciali tra imprese è consentito alle parti di concordare un tasso di interesse diverso, nei limiti stabiliti dalla legge.
Il tasso di riferimento è così determinato:
a) per il primo semestre dell’anno cui si riferisce il ritardo, è quello in vigore il 1° gennaio di quell’anno;
b) per il secondo semestre dell’anno cui si riferisce il ritardo, è quello in vigore il 1° luglio di quell’anno.
Il Ministero dell’economia e delle finanze dà notizia del tasso di riferimento, curandone la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana nel quinto giorno lavorativo di ciascun semestre solare.
Al riguardo, si comunica che per il periodo 1° luglio – 31 dicembre 2021 il tasso di riferimento, al netto della maggiorazione ivi prevista, è pari allo 0 per cento.