Istituito codice tributo dell’imposta per i raccoglitori occasionali di tartufi, funghi ed erbe



L’Agenzia delle Entrate ha istituito il codice tributo per il versamento dell’imposta sostitutiva sui redditi dei raccoglitori occasionali di prodotti selvatici non legnosi (ad esempio funghi, tartufi, frutta in guscio) e di piante officinali spontanee destinati alla successiva vendita (Risoluzione n. 10/E del 13 febbraio 2019).


Da quest’anno è previsto un regime di tassazione sostitutiva per i redditi derivanti dalle attività di raccolta di prodotti selvatici non legnosi e di piante officinali spontanee, svolte con carattere occasionale.
Tra i prodotti selvatici non legnosi per cui si rende applicabile l’imposta sostitutiva, rientrano in particolare quelli individuati dalla classificazione ATECO 02.30:
– funghi,
– tartufi,
– bacche,
– frutta in guscio,
– balata e altre gomme simili al caucciù,
– sughero,
– gommalacca e resine,
– balsami,
– crine vegetale,
– crine marino,
– ghiande,
– frutti dell’ippocastano,
– muschi e licheni.
L’imposta è applicata in sostituzione dell’IRPEF e delle relative addizionali comunale e regionale, nella misura fissa di 100 euro per ogni annualità di riferimento.
Requisiti per l’applicazione dell’imposta sostitutiva sono:
– il carattere occasionale dell’attività di raccolta, che si configura qualora i corrispettivi percepiti dalla vendita del prodotto non superano il limite annuo di euro 7.000;
– il possesso del titolo di raccolta per uno, o più prodotti, rilasciato dalla regione od altri enti subordinati.
Restano esclusi da tassazione coloro che effettuano la raccolta esclusivamente per autoconsumo.
L’imposta sostitutiva deve essere versata dai raccoglitori utilizzando il modello di pagamento “F24 versamenti con elementi identificativi – (cd. “F24 ELIDE”)”, contraddistinta dall’apposito codice tributo “1853”. In sede di compilazione del modello di pagamento il codice tributo deve essere riportato nella sezione “ERARIO ED ALTRO”, compilando altresì:
– il campo “tipo”, con la lettera “R”;
– il campo “anno di riferimento”, con l’anno d’imposta a cui si riferisce il versamento, espresso nel formato “AAAA”;
– il campo “elementi identificativi”, con i dati del titolo di raccolta del prodotto prevalente e gli eventuali altri prodotti.
Quest’ultimo dato, fondamentale, è composto da diversi elementi raggruppati secondo un ordine specifico, e in particolare:
1) il codice regione, che identifica la regione (o l’ente subordinato) che ha rilasciato il titolo di raccolta;
2) il codice della tipologia di prodotto prevalente;
3) il numero del titolo di raccolta rilasciato dalla regione o ente subordinato;
4) i codici (eventuali) delle altre tipologie di prodotti raccolti.


L’applicazione dell’imposta sostitutiva determina, peraltro, l’esonero della ritenuta d’imposta prevista sui compensi corrisposti ai raccoglitori occasionali di tartufi. A tal fine, l’insieme di tutti i dati contenuti nel modello di pagamento costituisce il “codice ricevuta” che attesta l’applicazione del regime di tassazione sostitutiva, e che deve essere indicato dall’acquirente nel documento di acquisto emesso (autofattura) per gli acquisti di tartufi. Il “codice ricevuta” è composto, in particolare, dai seguenti elementi indicati nel modello F24: codice fiscale del raccoglitore + 1853 + importo versato + anno di riferimento.


TABELLA DEI CODICI DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME


































































Denominazione Regione

Codice Regione

Regione Abruzzo 01
Regione Basilicata 02
Prov. autonoma di Bolzano 03
Regione Calabria 04
Regione Campania 05
Regione Emilia Romagna 06
Regione Friuli Venezia Giulia 07
Regione Lazio 08
Regione Liguria 09
Regione Lombardia 10
Regione Marche 11
Regione Molise 12
Regione Piemonte 13
Regione Puglia 14
Regione Sardegna 15
Regione Sicilia 16
Regione Toscana 17
Prov. autonoma di Trento 18
Regione Umbria 19
Regione Valle d’Aosta 20
Regione Veneto 21


TABELLA DEI CODICI DELLE TIPOLOGIE DI PRODOTTI







































Tipologia di prodotto raccolto

Codice

Descrizione

Funghi F Funghi macromiceti epigei (legge 23 agosto 1993, n. 352)
Tartufi T Funghi macromiceti ipogei (tartufi) presenti nella lista delle specie ammesse alla commercializzazione in base alla legge 16 dicembre 1985, n. 752
Bacche di bosco B Frutti di mirtilli, more, lamponi e altre bacche eduli
Frutta in Guscio G Ghiande, castagne, noci e nocciole raccolte in bosco
Resine e gomme vegetali R Resine, gomme e linfe di conifere o latifoglie
Sughero S Sughero ricavato dalla quercia da sughero (Quercus suber)
Muschi, licheni e altre piante M Muschi, licheni e altre piante selvatiche raccolte ad uso ornamentale o alimentare
Erbe officinali E Piante selvatiche raccolte ad uso officinale secondo l’art. 3 del decreto legislativo 21 maggio 2018, n. 75
Altro A Altri prodotti selvatici non appartenenti alle precedenti tipologie

Categoria catastale D per i “padiglioni fieristici”


Non può essergli attribuita la categoria catastale E all’immobile “fieristico”, in cui sono svolte manifestazioni di promozione economica ovvero culturale e sportiva, nonché spettacoli in genere, avente carattere commerciale (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 06 febbraio 2019, n. 3459).


 


La controversia ha per oggetto l’impugnazione di un accertamento ai fini ICI per gli anni 2005 e 2006 in ordine ai padiglioni fieristici di proprietà della società contribuente da questa riclassificati, in sede di procedura DOCFA, nella categoria E, contestata dal Comune che riteneva corretta la classificazione catastale in categoria D.
La Commissione Tributaria Regionale accoglieva parzialmente l’appello del Comune con sentenza avverso la quale l’ente locale propone ricorso per cassazione con due motivi.
Resiste la società contribuente con controricorso proponendo con lo stesso atto ricorso incidentale con tre motivi, cui resiste con apposito controricorso il Comune di Torino.
Dei due motivi di ricorso proposti dall’ente locale risulta assorbente il secondo, essendo chiaro che la materia del contendere riguarda la corretta attribuzione della categoria catastale ai padiglioni fieristici di proprietà della società contribuente. Considerato che in proposito appare decisivo a favore della fondatezza della censura argomentata dal Comune l’orientamento espresso da questa Corte che ha formulato il seguente principio:
«L’immobile “fieristico”, in cui sono svolte manifestazioni di promozione economica ovvero culturale e sportiva, nonché spettacoli in genere, ha carattere commerciale, per cui non può essergli attribuita la categoria catastale E, esclusivamente prevista per immobili sostanzialmente considerati “extra commercium” e, quindi, improduttivi di reddito e non tassabili; né lo stesso è riconducibile alle anteriori categorie A, B, C, poiché, rispetto a queste, ha una destinazione diversa. Ne consegue che gli immobili “fieristici” vanno necessariamente inquadrati nella speciale categoria D/3» (Cass. n. 8773 del 2015).
Considerato che questa posizione – che trova un riscontro anche nella circolare dell’amministrazione finanziaria n. 4 del 16 maggio 2006 – risulta essere stata condivisa nella risposta scritta del 16 febbraio 2017 all’interrogazione parlamentare a risposta immediata in commissione 5-10599, nella quale è stato precisato che laddove «non si tratti di immobili costituiti prevalentemente da aree scoperte, ma di più fabbricati ed aree con diverse utilizzazioni sia riguardo all’uso specifico che alla periodicità dello stesso uso nell’arco dell’anno, è necessario provvedere alla suddivisione del complesso in relazione alle diverse porzioni a destinazione omogenea, attribuendo a ciascuna di esse la corretta categoria catastale di tipo commerciale (D/8 o C/1), al fine di individuare, separatamente, gli immobili destinati alla mera esposizione delle merci e ai servizi strettamente correlati (quali biglietteria, padiglioni espositivi eccetera) e quelli ad altra destinazione (quali quelli destinati alla vendita di beni e servizi)». L’atto parlamentare in questione, stante la diversa incidenza sul bilancio dello Stato della classificazione in categoria D degli immobili in questione rispetto a quella in categoria E proposta dagli interroganti, evidenzia la necessità di un apposito provvedimento legislativo in questo senso, che effettivamente manca.


 


Paga l’IRAP il professionista-sindaco che eccede con i beni strumentali


Non ha diritto al rimborso dell’IRAP il professionista che, nello svolgimento dell’attività di sindaco, utilizza beni strumentali in misura eccedente il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività professionale (Corte di Cassazione – Sez. trib. – Ordinanza 29 gennaio 2019, n. 2397).

Non si deve fare riferimento alla qualifica di lavoro autonomo o alla sua tipologia (avvocato, medico, amministratore di condominio), ma alle modalità con cui il lavoro autonomo viene in concreto svolto: se con costi di condivisione e di struttura minimi in ragione all’id quod plerumque accidit, ovvero con la stabile e necessaria collaborazione di altri soggetti o professionisti, ovvero in forma associata, ancorché di fatto.
Pertanto, l’attività libero professionale – quand’anche di revisore contabile o sindaco di società- è schiava di Irap se svolta con modalità che eccedano i costi minimi di conduzione.


Bonus impatriati: via libera con un periodo minimo di lavoro all’estero di due anni


Per il cittadino italiano in possesso di un titolo di laurea, iscritto all’AIRE da almeno due anni, per il periodo in cui ha svolto attività di lavoro dipendente all’estero, e nel presupposto che per gli stessi periodi risulti fiscalmente residente in Italia, è soddisfatto il requisito ai fini dell’agevolazione dei lavoratori impatriati (Agenzia Entrate – risposte 12 febbraio 2019, nn. 32 e 34).

Il bonus fiscale previsto per i lavoratori impatriati prevede che i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia concorrono alla formazione del reddito complessivo nella misura del 50% ed è applicabile per un quinquennio a decorrere dal periodo d’imposta in cui il lavoratore trasferisce la residenza fiscali in Italia, e per i quattro periodi di imposta successivi.
Possono usufruire del beneficio i cittadini dell’Unione Europea che non sono stati residenti in Italia per un periodo minimo di almeno due anni precedente all’impatrio e che alternativamente:
– sono possesso di un titolo di laurea e hanno svolto continuativamente un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi ventiquattro mesi o più;
– hanno svolto continuativamente un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi ventiquattro mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una specializzazione post lauream.


Le suddette condizioni sono fra loro alternative e pertanto, la sussistenza anche di una sola di esse è sufficiente a far ritenere che un soggetto sia qualificato, ai fini fiscali, residente in Italia.
In virtù di tali presupposti, per il cittadino italiano in possesso di un titolo di laurea, iscritto all’AIRE, negli anni in cui ha svolto attività di lavoro dipendente all’estero, e nel presupposto che per gli stessi periodi risulti fiscalmente residente in Italia, risultano soddisfatti i requisiti per fruire del regime speciale previsto per i lavoratori impatriati.


Agente di commercio residente all’estero: la pensione paga l’imposta straniera

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la pensione italiana corrisposta dall’INPS e dall’ENASARCO ad un agente di commercio pensionato, che ha trasferito la residenza in altro paese dell’Unione Europea, Portogallo, per effetto delle disposizioni convenzionali contro le doppie imposizioni, è soggetta a tassazione esclusiva nel Paese estero (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 35 del 2019)

QUESITO


Con istanza di interpello è stato chiesto il corretto trattamento fiscale applicabile, nell’ipotesi di un soggetto italiano che nel corso del 2017 abbia trasferito la residenza in Portogallo, con iscrizione all’AIRE, in relazione:
– ai redditi di pensione corrisposti dall’INPS e dall’ENASARCO in ragione dell’attività di agente di commercio svolta in Italia, prima di trasferirsi in Portogallo;
– alle indennità percepite nel 2017 (Firr dall’Enasarco e altre indennità di risoluzione del rapporto dalla casa mandante), connesse alla cessazione dell’attività di agente di commercio;
– la perdita d’impresa realizzata nel 2017.

PARERE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE


L’Agenzia delle Entrate ha osservato, preliminarmente, che ai fini del regime fiscale applicabile, occorre tenere presente le disposizioni della Convenzione Italia-Portogallo contro le doppie imposizioni.
In particolare, con riferimento alle pensioni corrisposte dall’INPS e dall’ENASARCO, considerato che entrambe sono correlate ad un’attività di impresa (agente e rappresentante di commercio) e non allo svolgimento di un’attività di lavoro dipendente, trova applicazione la norma convenzionale dedicata agli “Altri redditi”, secondo la quale gli elementi di reddito di un soggetto residente di uno Stato contraente (nella specie, il Portogallo), non espressamente disciplinati dalla Convenzione, sono assoggettati ad imposizione esclusiva in questo Stato, qualsiasi ne sia la provenienza.
In altri termini, le pensioni corrisposte agli ex agenti e rappresentanti di commercio sono detassati nel Paese di erogazione (Italia) e sono assoggettati a tassazione nel Paese di residenza (Portogallo). Di conseguenza non devono essere inserite nella dichiarazione dei redditi italiana.
Per quanto concerne, invece, le indennità percepite in relazione alla risoluzione del mandato, sia dall’ENSARCO sia dalla casa mandante, l’Agenzia delle Entrate precisa che esse sono costituite da somme maturate ed accantonate nel corso degli anni di svolgimento dell’attività lavorativa, e che in base alla normativa fiscale italiana si considerano redditi di lavoro autonomo assoggettati a tassazione separata, salvo diversa opzione per la tassazione ordinaria in sede di dichiarazione dei redditi.
In tal caso, sulla base delle disposizioni della Convenzione contro le doppie imposizioni, ai fini della tassazione applicabile, occorre considerare la residenza dell’agente di commercio in relazione al periodo di maturazione delle indennità. Più precisamente, per le quote parti delle indennità maturate e/o accantonate negli anni di residenza in Italia si applica la tassazione italiana, mentre per quelle maturate e/o accantonate nel periodo di residenza all’estero si applica la tassazione concorrente in Italia e in Portogallo, con l’eliminazione dell’eventuale doppia imposizione nello Stato di residenza (Portogallo).

Processo tributario:estrazione gratuita di documenti dal fascicolo telematico

In tema di spese processuali, anche per i difensori della parte contribuente l’estrazione di documenti dal fascicolo telematico e la successiva attestazione di conformità è esente da spese, viceversa in caso di compensazione delle spese di giudizio, anche nell’ipotesi di accoglimento del ricorso, il contributo unificato resta a carico del contribuente.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha risposto ai quesiti formulati in occasione di Telefisco 2019, fornendo chiarimenti in materia di processo tributario telematico, riguardo alla conformità dei documenti contenuti nel fascicolo telematico ed al pagamento del contributo unificato.

ESTRAZIONE DOCUMENTI DAL FASCICOLO TELEMATICO


Una delle questioni sollevate riguarda la facoltà di attestare la conformità all’originale delle sentenze e degli altri documenti risultanti dal fascicolo telematico del contenzioso tributario.
In proposito, il Dipartimento delle Finanze ha osservato che le nuove disposizioni sul processo tributario prevedono in capo ai difensori il potere di attestazione di conformità delle copie degli atti e documenti in loro possesso in originale o in copia conforme ovvero estratti dal fascicolo processuale telematico.
Tale facoltà, chiarisce il Ministero, per effetto delle modifiche introdotte dalla disciplina dei processi telematici civile e amministrativo deve ritenersi attribuito ai difensori di tutte le parti del processo tributario; in particolare, deve ritenersi riconosciuta ai difensori di tutte le parti interessate (sia del contribuente, sia dell’amministrazione) la possibilità di estrazione di copie e la successiva attestazione dei documenti del fascicolo telematico in esenzione dal pagamento dei diritti di copia.

CONTRIBUTO UNIFICATO


Un’altra questione riguarda l’addebito del contributo unificato nelle ipotesi di accoglimento del ricorso e/o dell’appello del contribuente, con la declaratoria del giudice di compensazione delle spese di giudizio. In tal caso, precisa il Ministero, nel processo tributario prevale la disciplina speciale, secondo la quale, a differenza del processo civile e amministrativo, la restituzione del contributo unificato a carico di una parte processuale avviene solo nel caso di condanna alle spese di giudizio dell’altra parte.
Di conseguenza, qualora il giudice tributario disponga la compensazione delle spese del giudizio, anche in caso di accoglimento del ricorso o dell’appello, il contributo unificato, al pari delle altre spese, resta interamente a carico della parte che lo ha sostenuto.


Pronta la procedura per le competizioni motoristiche fuori programma annuale


Nel caso di svolgimento di una competizione motoristica non prevista nel programma annuale, gli organizzatori devono tassativamente chiedere il nulla-osta alla direzione generale per la sicurezza stradale almeno sessanta giorni prima della gara, motivando il mancato inserimento nel programma (Ministero Infrastrutture e Trasporti – circolare n. 604/2019).

La richiesta del nulla-osta deve essere presentato entro 60 giorni dalla competizione e deve essere corredata dalla seguente documentazione:
–  una relazione contenente gli elenchi e la descrizione delle strade interessate dalla gara, le modalità di svolgimento della stessa, i tempi di percorrenza previsti per le singole tratte, la velocità media prevista, le eventuali limitazioni al servizio di trasporto pubblico, eventuali indicazioni sulla necessità di chiusura al traffico ordinario di tratti di strada e la relativa durata, nonché ogni ulteriore notizia ritenuta utile per meglio individuare il tipo di manifestazione e l’ente o gli enti competenti al rilascio dell’autorizzazione comunicando l’ufficio responsabile del procedimento autorizzativo e il relativo indirizzo mail a cui inviare il nulla-osta ministeriale;
– una planimetria del percorso di gara in cui, nel caso siano previste tratte stradali chiuse al traffico, siano evidenziati i percorsi alternativi per il traffico ordinario;
– il regolamento di gara che deve includere anche l’eventuale shakedown e/o le eventuali prove spettacolo;
– il parere favorevole del CONI, espresso attraverso il visto di approvazione delle competenti federazioni sportive nazionali, ovvero l’attestazione che la manifestazione è organizzata in conformità alle norme tecnico-sportive della federazione di competenza per le manifestazioni di cui all’ultimo periodo del precedente punto 1;
– la ricevuta del versamento dell’importo dovuto per le operazioni tecnico amministrative di competenza del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;
– la dichiarazione che le gare di velocità e le prove speciali comprese nelle manifestazioni di regolarità non interessano centri abitati, ovvero l’attestazione del comune nel quale rientrano i centri abitati interessati da tali manifestazioni, che lo svolgersi della stessa non crei disagio o risulti di intralcio o impedimento alla mobilità urbana dei veicoli e dei pedoni e alla sicurezza della circolazione ed in particolare dei trasporti urbani.


Al momento della presentazione dell’istanza gli organizzatori devono dimostrare di aver stipulato un contratto di assicurazione per la responsabilità civile che copra anche la responsabilità dell’organizzazione e degli altri obbligati per i danni comunque causati alle strade e alle relative attrezzature.


Sentite le competenti federazioni, l’ente competente può rilasciare l’autorizzazione all’effettuazione della competizione, subordinandola al rispetto delle norme tecnico-sportive e di sicurezza vigenti, di altre specifiche prescrizioni tecniche ed all’esito favorevole del collaudo del percorso di gara e delle attrezzature relative, quando sia dovuto o ritenuto necessario.


Il collaudo del percorso di gara è obbligatorio nel caso di gare di velocità e nel caso di gare di regolarità per i tratti di strada sui quali siano ammesse velocità medie superiori a 50 km/h od 80 km/h, se, rispettivamente, aperti o chiusi al traffico. Negli altri casi il collaudo può essere omesso.

Cessione dello studio professionale: trattamento fiscale del corrispettivo di vendita

In tema di tassazione del corrispettivo derivante della cessione dello studio professionale, con la recente Ordinanza n. 3400 del 6 febbraio 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che per espressa previsione normativa, dal 2006 il corrispettivo di cessione dello studio professionale costituisce integralmente reddito di lavoro autonomo professionale, mentre per le cessioni antecedenti la parte corrispondente alla cessione di clientela ricade nella categoria dei redditi diversi

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti del contribuente per omessa dichiarazione fra i redditi diversi del corrispettivo derivante dalla cessione dello studio professionale.
Il contratto di cessione, in particolare, prevedeva l’obbligo del contribuente (cedente) di svolgere attività per il mantenimento della clientela, l’attribuzione di un valore al portafoglio clienti, il divieto di concorrenza e la cessione di un complesso di beni idoneo allo svolgimento dell’attività, senza indicazione distinta dei valori attribuiti ad ogni singolo elemento della cessione.
Su ricorso del professionista i giudici tributari hanno confermato la legittimità dell’accertamento, rilevando che il contratto di cessione configurava un trasferimento di attività professionale svolta in forma di impresa, pertanto riconducibile nell’ambito dei redditi diversi, mentre la distinzione tra i diversi componenti oggetto della cessione costituiva onere del contribuente, non imputabile all’Amministrazione finanziaria.


DECISIONE DELLA CASSAZIONE


La Corte di Cassazione ha osservato, preliminarmente, che anche gli studi professionali possono essere organizzati in forma di azienda, ogni qualvolta al profilo personale dell’attività svolta si affianchino un’organizzazione di mezzi e strutture, un numero di titolari e dipendenti ed un’ampiezza di locali adibiti all’attività, tali che il fattore organizzativo e l’entità dei mezzi impiegati sovrastino l’attività professionale del titolare, o quanto meno si pongano, rispetto ad essa, come entità giuridica dotata di una propria rilevanza strutturale e funzionale che, seppure non separata dall’attività del titolare, assuma una rilevanza economica.
Seppure non sia configurabile una prevalenza dell’elemento organizzativo, e la persona del professionista rimanga predominante, in base al principio di autonomia negoziale, deve ritenersi validamente stipulato il contratto avente ad oggetto il trasferimento, verso corrispettivo, dello studio professionale ad altro soggetto, intenzionato a proseguire l’attività avvalendosi del complesso dei beni, materiali ed immateriali, appartenenti al proprio dante causa.
In tal caso si verifica un vero e proprio trasferimento dell’attività: accanto agli arredi, al complesso dei beni strumentali e dei rapporti contrattuali di fornitura, l’alienante “cede” per via indiretta, al professionista che subentra, la clientela, nel senso che assume a tal fine obblighi positivi di fare (mediante un’attività promozionale di presentazione e di canalizzazione) e negativi di non fare (quale il divieto di riprendere ad esercitare la stessa attività nello stesso luogo), volti a consentire al successore che ne abbia le qualità di mantenere la clientela, previo conferimento di un nuovo incarico.


Riguardo al trattamento fiscale dei corrispettivi derivanti dalla cessione dello studio professionale, occorre distinguere le cessioni poste in essere fino al 2005, da quelle effettuate a decorrere dal 2006.
Dal 2006, infatti, è stato introdotto uno specifico regime di tassazione per i corrispettivi delle cessioni di attività professionali, in base al quale concorrono a formare il reddito di lavoro autonomo i corrispettivi percepiti a seguito di cessione della clientela o di elementi immateriali comunque riferibili all’attività artistica o professionale. Dunque, il corrispettivo della cessione deve ritenersi integralmente riconducibile tra i redditi riferibili all’attività professionale.
Per le cessioni antecedenti al 2006 (come nella fattispecie in esame), invece, la parte di corrispettivo riferita agli elementi immateriali (quali la cessione di clientela e il divieto di concorrenza) rientra nell’ambito dei redditi diversi, in cui sono compresi i redditi “derivanti da attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente o dalla assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere”. In merito a tale qualificazione, la Corte di Cassazione ha precisato che la normativa di riferimento esclude in termini generali dalla qualificazione come redditi diversi solo quelli che siano conseguiti nell’esercizio dell’attività professionale, e non tutti quelli che trovino occasione o comunque origine in tale attività. Il provento della cessione dell’attività professionale è certamente un reddito che ha origine nell’attività professionale, ma non costituisce il corrispettivo di una specifica prestazione professionale resa ad un cliente; di conseguenza, per la parte riconducibile all’assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere (cessione di clientela e divieto di concorrenza) è corretta la qualificazione come redditi diversi. A differenza di quanto sostenuto dei giudici tributari, la Corte di Cassazione a precisato però che nel caso di mancata specificazione del valore contrattualmente attribuito ad ogni singolo elemento oggetto di cessione, spetta all’Amministrazione finanziaria l’onere della prova del presupposto impositivo.

Ecco il codice tributo per le ritenute operate sulle rendite AVS e LPP


In arrivo il codice tributo per il versamento, tramite modello F24, delle ritenute operate sulle rendite AVS e LPP da parte dei sostituti d’imposta e ridenominato il codice tributo “1025”, utilizzato per il versamento di ritenute sui redditi di capitale (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 08 febbraio 2019, n. 9/E)

Con il documneto in oggetto l’Agenzia dellle Entrate ha istituito il seguente codice tributo:
– “1065” denominato “Ritenuta 5 per cento operata dai sostituti d’imposta sulle rendite AVS e LPP – art. 76, commi 1 e 1-bis, della legge n. 413/1991”.
In sede di compilazione del modello F24, il suddetto codice tributo è esposto nella sezione “Erario”, in corrispondenza esclusivamente delle somme indicate nella colonna “Importi a debito versati”, riportando nei campi “Rateazione/regione/prov/mese rif.” e “Anno di riferimento”, rispettivamente, il mese e l’anno d’imposta cui la ritenuta si riferisce, nei formati “00MM” e “AAAA”.
Il suddetto codice tributo “1065” è utilizzato a partire dal versamento delle ritenute di competenza dell’anno d’imposta 2019, da esporre nella dichiarazione modello 770/2020.
Il codice tributo “1025”, invece, è ridenominato come segue:
“1025” denominato “Ritenute su interessi e altri proventi derivanti da obbligazioni e titoli similari, nonché su proventi derivanti da prestiti erogati per il tramite di piattaforme utilizzate da soggetti finanziatori non professionali”.


Adeguamento all’impresa sociale per le cooperative


Nessun obbligo di adeguamento degli statuti delle cooperative sociali alla disciplina dell’impresa sociale (CNDCEC – Comunicato 08 febbraio 2019).

Le cooperative sociali acquisiscono lo status senza la necessità di ottemperare ad alcun onere di adeguamento o qualificazione, né dover passare il vaglio di verifiche o controlli preventivi.
Tuttavia, ferma l’inesistenza di obblighi di modifiche statutarie, le cooperative sociali devono comunque verificare quali norme della disciplina generale del Terzo settore e dell’impresa sociale si applicano anche nei loro confronti.