Il Decreto Emergenze è legge


Convertito in legge, in fase di pubblicazione nella G.U., il D.L. n. 109/2018 recante disposizioni urgenti per la città di Genova, la sicurezza della rete nazionale delle infrastrutture e dei trasporti, gli eventi sismici del 2016 e 2017, il lavoro e le altre emergenze.

Nello specifico, tra gli interventi urgenti per il sostegno e la ripresa economica del territorio del Comune di Genova, sono disposte le seguenti misure fiscali:
– con riferimento ai fabbricati oggetto di ordinanze di sgombero, a specifiche condizioni, l’esenzione Irpef, Ires, Irap, Tasi e Imu;
– l’esclusione da imposizione diretta dei contributi, degli indennizzi e dei risarcimenti ottenuti da privati a seguito del crollo del ponte Morandi;
– l’esenzione dal pagamento dell’imposta di bollo e dell’imposta di registro per le istanze, i contratti e i documenti presentati alla pubblica amministrazione fino al 31 dicembre 2020, in conseguenza del crollo e relativi ai predetti immobili;
– l’esenzione dall’imposta di successione, dalle imposte e tasse ipotecarie e catastali e dall’imposta di bollo per gli immobili demoliti o dichiarati inagibili a seguito del crollo;
– la sospensione dal 14 agosto 2018 fino al 31 dicembre 2019 dei termini di notifica delle cartelle di pagamento, di quelli per la riscossione degli atti di accertamento esecutivo, dei termini previsti per le attività esecutive da parte degli agenti della riscossione, nonché termini di prescrizione e decadenza relativi all’attività degli enti creditori, se le predette attività sono destinate ai soggetti residenti o che hanno sede o unità locali negli immobili sgomberati o danneggiati a seguito del crollo;
– l’esenzione dal pagamento delle forniture di energia elettrica, gas, acqua e telefonia comprensive sia degli oneri generali di sistema che degli eventuali consumi, relativamente al periodo che va dall’ordinanza di inagibilità o dell’ordinanza sindacale di sgombero fino alla revoca delle medesime.
Inoltre, il decreto istituisce nell’ambito del territorio della città metropolitana di Genova una zona franca, per le imprese che hanno la sede principale o una sede operativa all’interno di essa godono di specifiche agevolazioni.

In relazione agli interventi nei territori dei Comuni di Casamicciosa Terme, Forio, Lacco Ameno dell’Isola di Ischia interessati dagli eventi sismici verificatisi il giorno 21 agosto 2017, il Decreto-Genova convertito:
– proroga ed estende l’ambito di applicazione di alcune agevolazioni introdotte dal D.L. n. 148/2017 e dalla Legge di Bilancio 2018. Le agevolazioni riguardano le imposte sui redditi, l’IMU, la TASI, la TARI, il rimborso di mutui contratti dai comuni, la sospensione del pagamento delle rate dei mutui e dei finanziamenti contratti dai privati, la facoltà di assunzione di personale in deroga ai vincoli assunzionali;
– consente l’esenzione del pagamento delle forniture di energia elettrica, gas, acqua e telefonia, con appositi provvedimenti adottati dalle rispettive autorità di settore;
– prevede la sospensione del pagamento del canone di abbonamento alle radioaudizioni fino al 31 dicembre 2020 e il recupero delle somme oggetto di sospensione – senza applicazione di sanzioni e interessi – dal 1° gennaio 2021;
– sospende i termini relativi agli adempimenti e ai versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria (contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali) in scadenza nel periodo 29 settembre 2018 – 31 dicembre 2020;
– dispone la sospensione di termini per la notifica di cartelle di pagamento e per la riscossione di somme dovute a enti creditori.

Bonus cultura per i nati nel 2000: via libera dal Garante


Via libera del Garante per la protezione dei dati personali al decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che estende il cosiddetto “bonus cultura” ai ragazzi che compiono 18 anni nel 2018 (Garante per la protezione dei dati personali – Provvedimento n. 477/2018 e Nota n. 446/2018).

Lo schema prevede che la concessione della carta sia estesa anche ai giovani che compiono diciotto anni di età nell’anno 2018 (fermi i requisiti per i beneficiari, ossia l’essere residenti nel territorio nazionale e, ove previsto, in possesso di permesso di soggiorno in corso di validità), prevedendo, di conseguenza, l’integrazione delle disposizioni sui termini per la registrazione e per il suo utilizzo.
I giovani potranno ricevere la carta elettronica, che consentirà loro di spendere fino a 500 euro in acquisti culturali (mostre, libri, musei, spettacoli, ecc.), purché in possesso dei requisiti già previsti per i beneficiari: essere residenti nel territorio nazionale e, ove previsto, in possesso di permesso di soggiorno in corso di validità.
Il Garante non ha rilevato profili di criticità sulle modifiche al decreto che estende l’attribuzione e l’uso della carta elettronica al 2018, tuttavia ha richiamato l’attenzione su alcuni aspetti ancora irrisolti.
Ha espresso già in precedenza il parere di competenza in merito all’utilizzo della carta elettronica, una prima volta nel 2016 rispetto ai giovani che compivano diciotto anni di età nell’anno 2016, e successivamente all’estensione dei benefici economici della carta ai soggetti che compivano 18 anni nel 2017.
Nonostante quanto già osservato nei precedenti pareri rilasciati dall’Autorità per i bonus degli anni 2016 e 2017, le indicazioni sulle modalità di gestione e conservazione dei dati personali trattati, infatti, non risultano ancora disciplinate nel dettaglio.
In conseguenza, ritiene necessario che le “modalità e i tempi della gestione e conservazione dei dati personali”, con particolare riferimento alla realizzazione e gestione della “piattaforma informatica dedicata”, siano individuati nello schema di decreto all’esame o, in alternativa e al più presto, negli atti di attuazione già previsti dalla normativa vigente e sopra indicati, i cui schemi – opportunamente coordinati – devono essere trasmessi al Garante per il prescritto parere.


Scissione non abusiva se non vi è un vantaggio fiscale indebito


Forniti nuovi chiarimenti sui riflessi fiscali di una operazione di scissione parziale che hanno confermato la sua natura non abusiva se non vi è alcun vantaggio fiscale indebito (Agenzia Entrate – risposta 15 novembre 2018, n. 68).

In linea di principio, l’operazione di scissione è fiscalmente neutrale e per non sfociare in una operazione abusiva deve essere supportata da valide regioni di carattere organizzativo e gestionale e non deve aggirare alcuna disposizione normativa o principio dell’ordinamento tributario e, quindi, non deve essere finalizzata a conseguire vantaggi fiscali indebiti. Pertanto, non vi è di abuso di diritto ed è legittimamente attuabile se sussistono valide ragioni extrafiscali, anche di ordine organizzativo o gestionale che non sono dirette ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario, né tantomeno ad ottenere indebite riduzioni di imposte.


Resta fermo che l’operazione di scissione deve essere comunque effettuata nel rispetto delle prescrizioni normative contenute TUIR, relativamente anche a disciplinare la fiscalità dei soci, ed è sottoposta a registrazione con applicazione dell’imposta nella misura fissa di € 200.

Deduzione a rischio se il fornitore ha un attività incompatibile con la merce

Con la recente Ordinanza n. 29322 del 14 novembre 2018, la Corte di Cassazione ha confermato l’indeducibilità dei costi riferiti all’acquisto di materie prime fatturate da un fornitore con attività del tutto diversa e incompatibile con la natura della merce. In tal caso si presume che si tratti di un operazione inesistente, se non viene fornita ulteriore prova circa l’ autenticità dell’acquisto

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti dell’impresa vitivinicola contestando l’indebita deduzione del costo relativo all’acquisto di mosto per vinificazione, in quanto operazione inesistente, in considerazione della circostanza che il fornitore svolgeva una attività del tutto diversa, operando nel settore della “demolizione edifici e sistemazione di terreni”.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente sostenendo l’onere in capo al Fisco di fornire elementi di prova ulteriori rispetto alla circostanza che la società, apparente cessionaria del mosto, svolgesse in realtà una attività del tutto estranea a quella vinicola.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari rilevando un vizio di motivazione per violazione di legge e illogicità.
I giudici della Corte Suprema hanno precisato che la circostanza che la ditta fornitrice, nella dichiarazione di inizio attività presentata per l’attribuzione della partita Iva, abbia dichiarato di svolgere l’attività di “demolizione edifici e sistemazione di terreni” non consente, sul piano logico, di derubricare a mera supposizione dell’Ufficio la prova presuntiva secondo cui un impresa operante nel settore dell’edilizia non è nella materiale possibilità di effettuare una fornitura di mosto per vinificazione, salva l’assolvimento dell’onere probatorio, gravante sulla società verificata che ha contabilizzato la fattura di acquisto del mosto dall’impresa edile, di dimostrare che la ditta fornitrice, agendo totalmente al di fuori del proprio codice di attività, ha compiuto un’operazione commerciale manifestamente estranea al proprio oggetto sociale.
In conclusione, qualora l’Amministrazione finanziaria contesti l’indebita deduzione / detrazione di fatture relative ad operazioni inesistenti, indicando gli elementi, anche indiziari, sui quali si fonda la contestazione, diviene onere del contribuente dimostrare la fonte legittima della detrazione o del costo, altrimenti indeducibili. A tal fine, occorre tenere presente, altresì, che non è sufficiente addurre la regolarità formale delle scritture o le evidenze contabili dei pagamenti, trattandosi di dati e circostanze facilmente falsificabili e la cui predisposizione costituisce parte integrante del meccanismo di frode erariale.


Garante Privacy sulla raccolta fondi agevolata degli enti no-profit


Il Garante stabilisce che i donatori potranno essere ricontattati per nuove campagne con il loro consenso (GARANTE DELLLA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI – Nota 15 novembre 2018, n. 446)

I donatori che hanno aderito attraverso sms solidali o telefonate da rete fissa a campagne di raccolta fondi promosse da enti no-profit potranno essere informati sull’esito delle iniziative e, se intendono essere ricontattati per nuove campagne, potranno dare il loro consenso in modo semplice tramite il gestore telefonico. Basterà inviare un sms o digitare un tasto sul telefono, al momento della donazione.
Gli operatori telefonici potranno dunque comunicare agli enti no-profit i dati di quanti hanno donato fondi attraverso sms o telefonate da rete fissa, verso la numerazione con codice “455”, per permettere agli enti di rendicontare ai donatori i risultati delle iniziative cui hanno aderito. Gli enti potranno ricontattare i donatori per promuovere nuove campagne di fundraising solo nel caso in cui questi ultimi abbiano espresso il loro consenso.
Il Garante ha ritenuto che le attività di trattamento prese in esame (raccolta fondi per gli enti, addebito del servizio attraverso il credito telefonico e/o in fattura per l’operatore telefonico), pur potendo apparire a prima vista distinte e autonome, devono invece essere considerate un insieme di operazioni che perseguono una finalità comune e si avvalgono di strumenti stabiliti congiuntamente. Enti e operatori telefonici devono essere dunque considerati contitolari del trattamento e, tramite un accordo interno, sono tenuti a stabilire le rispettive responsabilità in merito agli obblighi derivanti dal Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali.
Il Garante ha chiarito, inoltre, che nell’informativa dei gestori telefonici e degli enti no-profit dovranno essere specificati, già in forma sintetica al momento della donazione (con rinvio ad un’informativa più estesa reperibile sui relativi siti di riferimento), il ruolo di contitolarità dei diversi attori e le differenti finalità di trattamento. Società telefoniche ed enti no-profit dovranno infine mettere a punto un sistema che agevoli l’esercizio dei diritti del donatore: in particolare, quello di revoca del consenso, che, come prevede il Regolamento Ue, deve poter essere esercitato “con la stessa facilità con cui è stato accordato”.

Immobili recuperati, per il trasferimento nessuna agevolazione


Soggetti all’imposta di registro nella misura proporzionale del 9% e alle imposte ipotecaria e catastale nella misura fissa di 50 euro gli atti di trasferimento degli immobili o complessi immobiliari oggetto dei piani di recupero (Agenzia delle Entrate – Risposta 14 novembre 2018, n. 67).

Il piano di recupero è uno strumento attuativo che nasce per adattare il tessuto edilizio e urbanistico esistente a finalità specifiche, costituendo uno strumento complesso avente come fine l’eliminazione di particolari situazioni di degrado e quindi la previsione di interventi su edifici da recuperare o risanare, valutando la compatibilità del tessuto preesistente con le nuove esigenze urbanistiche.
Precedentemente, nell’ambito dei piani di recupero di iniziativa pubblica, o di iniziativa privata purché convenzionati ai trasferimenti di immobili nei confronti dei soggetti che attuano il recupero, si applicavano le imposte di registro, catastali e ipotecarie in misura fissa.
A decorrere dal 1° gennaio 2014, è stata disposta la soppressione di tutte le esenzioni e agevolazioni tributarie.
Pertanto, per effetto della soppressione, anche i trasferimenti di beni immobili effettuati nei confronti di soggetti che attuano l’intervento di recupero non sono più soggetti ad un regime fiscale agevolato.
Agli stessi non può essere neanche esteso un altro regime agevolativo che si applica anche a tutti gli atti preordinati alla trasformazione del territorio posti in essere mediante accordi o convenzioni tra privati ed enti pubblici, nonché a tutti gli atti attuativi posti in essere in esecuzione dei primi.
Ne consegue che l’atto avente ad oggetto il trasferimento di un complesso immobiliare recuperato non può beneficiare del trattamento di favore, ma è sia soggetto all’imposta di registro nella misura proporzionale del 9% e alle imposte ipotecaria e catastale ciascuna nella misura fissa di 50 euro.


Accertamento Irap: litisconsorzio tra associazione e associati


In materia di accertamento dell’IRAP dovuta da uno studio professionale associato, trattandosi di imposta imputata per trasparenza agli associati, sussiste il litisconsorzio necessario sostanziale tra l’associazione e i suoi associati. Ove nel giudizio siano stati parti tutti gli associati della medesima associazione professionale, quest’ultima deve ritenersi ritualmente partecipe della lite, difettando essa di distinta personalità giuridica (Corte di cassazione – ordinanza n. 29320/2018).


 


Lo studio professionale associato, anche se privo di personalità giuridica, rientra a pieno titolo nel novero di quei fenomeni di aggregazione di interessi (quali le società personali, le associazioni non riconosciute, i condomini edilizi, i consorzi con attività esterna e i gruppi europei di interesse economico di cui anche i liberi professionisti possono essere membri), cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomi centri di imputazione di rapporti giuridici e che sono perciò dotati di capacità di stare in giudizio come tali, in persona dei loro componenti o di chi, comunque, ne abbia la legale rappresentanza.


Pertanto, ove in un giudizio siano stati parti tutti gli associati della medesima associazione professionale, quest’ultima deve ritenersi ritualmente partecipe della lite.

No alle agevolazioni fiscali “prima casa” sull’abitazione di lusso


Per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dall’agevolazione per l’acquisto della “prima casa”, ci si deve riferire alla nozione normativa di superficie utile complessiva, ossia a quella che residua una volta detratta dall’estensione globale, la superficie di balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e del posto macchina. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 13 novembre 2018, n. 29154).

L’Agenzia delle entrate (anche quale incorporante l’Agenzia del territorio) propone con più motivi ricorso per la cassazione della sentenza, con la quale la Ctr Toscana, in rigetto degli appelli riuniti proposti dalle due agenzie fiscali, ha ritenuto illegittimi: l’avviso di liquidazione ed irrogazione di sanzioni emesso dall’Agenzia delle entrate in revoca dell’agevolazione “prima casa” (Iva 4 %) fruita dal contribuente in occasione dell’acquisto di un fabbricato di civile abitazione; l’avviso di accertamento catastale con modificazione di classamento e di rendita notificato dall’agenzia del territorio a seguito del medesimo accertamento di cui sopra (con passaggio dalla categoria A7, classe 2, vani 9,00, RC 1.533,88, alla categoria A7, classe 3, vani 15,50, RC 3.081,96).
La commissione tributaria regionale, in particolare, ha rilevato che: contrariamente a quanto sostenuto dalle due agenzie fiscali, i locali “sottotetto” e “seminterrato” non dovevano essere conteggiati né ai fini della superficie utile per classificare l’immobile come di lusso, né ai fini del numero dei vani utili per la classificazione catastale e relativa attribuzione di rendita; ciò perché tali vani non risultavano abitabili, in quanto di altezza inferiore a quella minima (mt.2,70) prescritta, a tal fine, dal regolamento urbanistico comunale; quanto al livello di finitura “al civile” dei locali, l’ufficio non ne aveva dimostrato la sussistenza già al momento della stipula del contratto di compravendita.
Resistono con controricorso i contribuenti.
Secondo il costante indirizzo della Cassazione, in tema di benefici fiscali per l’acquisto della prima casa, per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dall’agevolazione per l’acquisto della “prima casa”, ci si deve riferire alla nozione normativa di superficie utile complessiva, ossia a quella che residua una volta detratta dall’estensione globale, la superficie di balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e del posto macchina, verificando la potenziale ed astratta utilizzabilità dei locali alla luce di parametri oggettivi e tendenzialmente stabili nel tempo, quali l’areazione, la presenza di finestre, di luci e il collegamento al resto dell’abitazione mediante scale interne o ascensori; a prescindere dall’abitabilità da un punto di vista urbanistico, dalle finiture di tali locali, dal loro concreto uso, nonché dal nome utilizzato per indicarli (soffitta, sottotetto, mansarda, lavatoio etc.; oppure cantina, seminterrato, taverna, ripostiglio etc.).
Ne segue, sotto questo profilo, a cassazione con rinvio della sentenza impugnata, affinchè il giudice di merito riconsideri la fattispecie alla luce del su riportato indirizzo, così da verificare l’effettiva incidenza dei locali in questione (anche) sulla qualificazione del fabbricato compravenduto come di lusso e sulla conseguente spettanza dell’agevolazione prima casa.
Vale da ultimo ancora osservare come, contrariamente a quanto sostenuto dai controricorrenti, non sussista nella specie un giudicato interno preclusivo di tale riconsiderazione nel merito. Atteso che, sulla base della normativa richiamata, la sussistenza dello stato di finitura al momento dell’atto di trasferimento non esplica effetto dirimente né ai fini dell’attribuzione della nuova rendita catastale (riferita al momento dell’accertamento), né ai fini della classificazione come di lusso del fabbricato (potendo i locali in questione risultare effettivamente utilizzabili, al momento del trasferimento, pur in assenza di completa finitura).
In conclusione, la Corte accoglie in parte il ricorso; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla commissione tributaria regionale della Toscana in diversa composizione.

Fattura priva dei requisiti di contenuto formale: deducibilità a rischio

Con la recente Sentenza n. 29290/2018, la Corte di Cassazione ha affermato che mentre in presenza di una fattura regolare opera una presunzione di veridicità di quanto in essa rappresentato, per cui se il Fisco intende contestare la deduzione dei costi e la detrazione dell’Iva ha l’onere di provarne l’illegittimità, nel caso in cui la fattura sia priva dei requisiti di contenuto formale l’onere di prova si inverte a carico del contribuente.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti del contribuente contestando l’indebita deduzione dei costi e l’indetraibilità dell’IVA in relazione ad operazioni di facchinaggio, provvigioni corrisposte per attività di procacciamento di affari, ricerca di mercato e promozione vendite, a servizi di consulenza, spese di rappresentanza e ad acquisti di carburante, in considerazione della mancata indicazione in fattura dei requisiti di contenuto formale (quali natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi oggetto delle singole operazioni).
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente osservando che non era necessaria la produzione di alcuna documentazione di supporto, in quanto non esisteva alcun elemento che rendeva incerta la prova fornita dalle scritture contabili regolarmente tenute e conformi ai criteri di inerenza; in particolare, tutti i costi ritenuti dall’Ufficio indeducibili erano di importo coerente con il volume di affari dell’impresa, regolarmente documentati, regolari sul piano civilistico e tributario e chiaramente connessi all’attività da cui l’impresa traeva i propri ricavi.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Riformando la decisione dei giudici tributari, che avevano fatto ricadere in capo all’Amministrazione finanziaria l’onere di provare l’irregolarità delle fatture contestate, la Corte di Cassazione ha affermato che “quando esiste regolare fattura deve ritenersi operante la presunzione di veridicità di quanto in essa rappresentato, con conseguente onere dell’Agenzia di fornire prova dell’indeducibilità per non inerenza del costo, sempre che la fattura sia redatta in conformità ai requisiti di forma e contenuto prescritti dal decreto IVA”.
In proposito, i giudici della Corte Suprema hanno precisato che:
– in tema di imposte sui redditi, l’irregolarità della fattura, non redatta in conformità ai requisiti di forma e contenuto prescritti dal decreto IVA, fa venir meno la presunzione di veridicità di quanto in essa rappresentato e la rende inidonea a costituire titolo per il contribuente ai fini del diritto alla deduzione del costo relativo; ciò consente all’amministrazione finanziaria di contestare l’effettività delle operazioni ad essa sottese e ritenere indeducibili i costi nella stessa indicati;
– in tema di IVA, ai fini della detrazione dell’imposta, è prescritta l’indicazione dell’entità e della natura dei servizi forniti, nonché della specificazione della data in cui è effettuata o ultimata la prestazione di servizi; ciò al fine di consentire all’Ufficio di controllare l’assolvimento dell’imposta dovuta e, se del caso, la sussistenza del diritto alla detrazione dell’Iva.
Senz’altro, ha aggiunto la Corte, l’Ufficio non si può limitare all’esame della sola fattura, ma deve tener conto anche delle informazioni complementari fornite dal contribuente, tenuto che la normativa comunitaria assimila a una fattura tutti i documenti o messaggi che modificano e fanno riferimento in modo specifico e inequivocabile alla fattura iniziale.
Incombe, tuttavia, su colui che chiede la detrazione dell’Iva l’onere di dimostrare di soddisfare le condizioni per fruirne e, per conseguenza, di fornire elementi e prove, anche integrativi e succedanei rispetto alle fatture, che l’Ufficio ritenga necessari per valutare se si debba riconoscere, o no, la detrazione richiesta.
Nel caso esaminato, la Corte di Cassazione, ha ritenuto legittima la contestazione dell’Ufficio circa i requisiti di contenuto delle fatture contestate, in considerazione della mancata indicazione della natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto delle singole operazioni ed, in particolare:
– della quantificazione dei lavori di facchinaggio-movimentazione della merce;
– dell’entità, modalità di espletamento e durata delle attività di procacciamento di affari, di promozione vendite etc., dei servizi di consulenza;
– della natura delle spese di rappresentanza.
In tal ipotesi, non è possibile ritenere sussistenti i requisiti per la deducibilità dei costi e per la detrazione dell’IVA in base alla mera regolarità formale della documentazione contabile, desumendo da ciò la prova della effettività, congruità, inerenza dei medesimi; al contrario, si realizza l’inversione dell’onere di prova a carico del contribuente.

Antiriciclaggio, chiarimenti dal CNDCEC


Forniti chiarimenti sul Piano di formazione e sul Questionario in materia di Antiriciclaggio (CNDCEC – Nota 13 novembre 2018, n. 88).

Al fine di supportare le attività di promozione della normativa antiriciclaggio da parte degli Ordini territoriali, è stato redatto un Piano di Formazione per gli iscritti agli Ordini dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili e per i collaboratori e i dipendenti dei loro studi professionali.
Il Piano non apporta alcuna modificazione al numero dei crediti formativi da acquisire nelle materie obbligatorie, in armonia con il regolamento della Formazione Professionale Continua.
Gli iscritti che intendono assolvere l’obbligo formativo imposto dalla normativa antiriciclaggio possono farlo sia attraverso gli eventi formativi organizzati dagli Ordini territoriali, acquisendo in tal caso anche i tre crediti nelle materie obbligatorie, sia partecipando ad eventi organizzati da altri enti, che rilasceranno attestazione idonea a comprovare l’adempimento dell’obbligo formativo ai soli fini della normativa antiriciclaggio (e non della FPC).
Con riferimento al questionario, approntato per fornire agli Ordini territoriali uno strumento valido per lo svolgimento dell’attività di contralto ad essi assegnata, deve essere compilato con frequenza annuale da tutti gli iscritti all’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili che svolgono l’attività professionale secondo quanto disposto dall’ordinamento professionale.
In attesa dell’emanazione del parere “di conformità” del CSF, il Consiglio Nazionale ha deciso di procedere alla raccolta dei dati da trasmettere al MEF mediante l’utilizzo dello stesso questionario inviato agli Ordini lo scorso anno, da compilare entro il 28 febbraio 2019.