Eco/Sisma bonus: i codici tributo per recuperare lo sconto


L’Agenzia delle Entrate con le risoluzioni nn. 94/E e 96/E del 20 novembre 2019 ha ridenominato e istituito nuovi codici tributo relativi ai crediti ceduti corrispondenti alle detrazioni d’imposta riconosciuti per gli interventi antisismici e di efficienza energetica.

Il Decreto Crescita ha apportato alcune modifiche alla disciplina degli incentivi per gli interventi di riqualificazione energetica (c.d. ECOBONUS) e di riduzione del rischio sismico (c.d. SISMABONUS).
In particolare, è consentito ai soggetti beneficiari delle detrazioni per interventi di riqualificazione energetica e di riduzione del rischio sismico di optare, in luogo dell’utilizzo diretto delle detrazioni stesse, un contributo di pari ammontare, sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto, anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi.
Il fornitore recupera lo sconto sotto forma di credito d’imposta da utilizzare esclusivamente in compensazione tramite modello F24, in cinque quote annuali di pari importo; in alternativa, il fornitore che ha effettuato gli interventi può cedere il credito d’imposta ai propri fornitori di beni e servizi, con esclusione della possibilità di ulteriori cessioni da parte di questi ultimi.
In tal senso, per consentire ai fornitori e agli eventuali cessionari l’utilizzo in compensazione dei suddetti crediti d’imposta, tramite modello F24, l’Agenzia delle Entrate ha istituito i seguenti codici tributo:
– “6908” denominato “ECOBONUS – Recupero dello sconto praticato dal fornitore;
– “6909” denominato “SISMABONUS – Recupero dello sconto praticato dal fornitore.


Inoltre, gli acquirenti delle unità immobiliari beneficiari delle detrazioni per gli interventi di riduzione del rischio sismico, possono optare per la cessione del corrispondente credito alle imprese che hanno effettuato gli interventi ovvero ad altri soggetti privati, con la facoltà di successiva cessione del credito.
Le quote annuali dei suddetti crediti possono essere utilizzate in compensazione dal cessionario, tramite modello F24, indicando i seguenti codici tributo precedentemente istituiti, come di seguito ridenominati:
– “6890” denominato “ECOBONUS – Utilizzo in compensazione del credito d’imposta ceduto;
– “6891” denominato “SISMABONUS – Utilizzo in compensazione del credito d’imposta ceduto.

Codice tributo per il credito d’imposta per l’ammodernamento degli impianti calcistici


Per consentire l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, del credito d’imposta è stato istituito il seguente codice tributo: “6907” denominato “Credito d’imposta per l’ammodernamento degli impianti calcistici (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 20 novembre 2019, n. 95/E).

Al fine di incentivare l’ammodernamento degli impianti calcistici, in regime di proprietà o di concessione amministrativa, in favore delle società appartenenti alla Lega di serie B, alla Lega Pro e alla Lega nazionale dilettanti che hanno beneficiato della mutualità è riconosciuto un contributo, sotto forma di credito d’imposta, nella misura del 12 per cento dell’ammontare degli interventi di ristrutturazione degli impianti medesimi, sino a un massimo di 25.000 euro, realizzati mediante l’impiego di somme entro il terzo periodo d’imposta successivo alla loro attribuzione.
Il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente in compensazione, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, presentando il modello F24 attraverso i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento.
L’ammontare del credito d’imposta utilizzato in compensazione non deve eccedere l’importo concesso dall’Ufficio per lo Sport presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, pena lo scarto del modello F24. A tal fine, detto Ufficio trasmette all’Agenzia delle entrate i dati delle società ammesse a fruire dell’agevolazione e l’importo del credito concesso, nonché le eventuali variazioni e revoche.
Tanto premesso, per consentire l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, del credito d’imposta in argomento, è istituito il seguente codice tributo:
– “6907” denominato “Credito d’imposta per l’ammodernamento degli impianti calcistici – art. 1, comma 352, lettera a), della legge 27 dicembre 2017, n. 205”.
In sede di compilazione del modello di pagamento F24, il suddetto codice tributo è esposto nella sezione “Erario”, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a credito compensati”, ovvero nella colonna “importi a debito versati”, nei casi in cui il contribuente debba procedere al riversamento del credito fruito.
Il campo “anno di riferimento” è valorizzato con l’anno di riconoscimento del credito d’imposta, nel formato “AAAA”.

Redditometro: onere della prova contraria a carico del contribuente


In caso di accertamento sintetico, il giudice non può annullare la pretesa impositiva, restando a carico del contribuente l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore (Corte di cassazione – ordinanza n. 29761/2019).

La Corte di Cassazione ha più volte chiarito i confini della prova contraria in materia di accertamento sintetico, disponendo che è onere del contribuente di dimostrare che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, la cui entità e la cui durata nel possesso devono risultare da idonea documentazione.
La prova può essere offerta con qualsiasi elemento idoneo a fornire adeguata certezza circa la natura non reddituale dell’elemento preso in considerazione e può essere tra l’altro fornita con l’esibizione degli estratti dei conti correnti bancari facenti capo al contribuente idonei a dimostrare l’entità e la durata del possesso dei redditi in esame.


L’accertamento effettuato con metodo sintetico dispensa l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva così come predeterminati ex lege. Infatti, i fattori-indice fondano una presunzione di capacità contributiva legale, imponendo di ritenere conseguente al fatto di tale disponibilità l’esistenza di una “capacità contributiva”, sicché il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici elementi indicatori di capacità contributiva esposti dall’Ufficio, non ha il potere di privarli del valore presuntivo connesso dal legislatore alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova del contribuente in ordine alla provenienza non reddituale.

Avviso bonario: l’istanza di autotutela non giustifica il pagamento tardivo

Anche un lieve ritardo nel pagamento delle somme richieste con “avviso bonario” a seguito del controllo automatizzato della dichiarazione, determina la perdita del beneficio alla sanzione  ridotta. La presentazione di un’istanza di autotutela, al quale l’ufficio non abbia risposto, non costituisce esimente per il tardivo versamento (Corte di Cassazione – Ordinanza n. 29650 del 2019)

In tema di riscossione delle somme a seguito dei controlli automatici delle dichiarazioni, la norma stabilisce che le somme dovute a titolo d’imposta, ritenute, contributi e premi o di minori crediti già utilizzati, nonché di interessi e di sanzioni per ritardato o omesso versamento, sono iscritte direttamente nei ruoli a titolo definitivo; tuttavia, l’iscrizione a ruolo non è eseguita, in tutto o in parte, se il contribuente o il sostituto d’imposta provvede a pagare le somme dovute entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione di irregolarità, ovvero della comunicazione definitiva contenente la rideterminazione in sede di autotutela delle somme dovute, a seguito dei chiarimenti fomiti dal contribuente o dal sostituto d’imposta. In tal caso, l’ammontare delle sanzioni amministrative dovute è ridotto ad 1/3.
In proposito, la Corte di Cassazione ha chiarito, che dal tenore della norma, si evince chiaramente che con riferimento alle somme dovute a seguito di controlli automatici o formali è prevista l’attivazione della riscossione coattiva sulla base della mera rilevazione dell’irregolarità, pur essendo consentito al contribuente, una volta raggiunto dalla previa comunicazione bonaria di siffatta rilevazione, di attivarsi presso gli uffici competenti per fornire eventuali chiarimenti volti a dimostrare l’infondatezza totale o parziale della pretesa finanziaria.
Ove tale facoltà sia esercitata, tuttavia, non si realizza alcuna sospensione del termine di 30 giorni, decorrente dal ricevimento della comunicazione d’irregolarità, concesso al contribuente per effettuare il pagamento evitando l’iscrizione a ruolo ed usufruendo della riduzione ad 1/3 dell’ammontare delle sanzioni.
Solo nel caso in cui l’Amministrazione finanziaria, a seguito dei chiarimenti forniti dal contribuente, ridetermini in sede di autotutela l’importo delle somme dovute, decorrerà un nuovo termine dalla relativa comunicazione.
Dunque, precisano i giudici della Suprema Corte, la mera presentazione di una istanza in autotutela da parte del contribuente, ove non seguita da una comunicazione di rideterminazione delle somme dovute, non esime quest’ultimo dall’onere di pagare entro il termine di legge, decorrente dalla comunicazione d’irregolarità, al fine di usufruire della riduzione della sanzione, attesa l’autonomia del procedimento di riscossione coattiva da quello introdotto dalla richiesta di provvedere in autotutela.
La mancata risposta dell’Amministrazione all’istanza presentata in autotutela, conseguentemente, non incide sui termini di legge per il pagamento degli importi richiesti, né costituisce violazione del principio di collaborazione e buona fede sancito dallo Statuto del Contribuente.
D’altra parte, sottolinea la Corte di Cassazione, la mancata risposta dell’Amministrazione finanziaria all’istanza di autotutela non è sanzionata da alcuna norma di legge, costituendo appunto una mera sollecitazione del potere di autotutela, il cui esercizio è discrezionale. La proposizione di un’istanza di autotutela, pertanto, non può affatto ritenersi idonea ad ingenerare nel contribuente il legittimo affidamento in una risposta, tantomeno in senso favorevole, a nulla rilevando a tal fine la soggettiva convinzione del contribuente medesimo nella fondatezza delle proprie rimostranze, e neppure la oggettiva fondatezza delle stesse.

Nessuna sanzione per il contribuente che si rivolge ad un professionista “fraudolente”


Non si applicano al contribuente, in evidente assenza di culpa in vigilando, le sanzioni amministrative pecuniarie in presenza di un comportamento manifestamente fraudolento del professionista incaricato dal contribuente di provvedere agli adempimenti contabili e fiscali. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. VI – Ordinanza 18 novembre 2019, n. 29849).

Nella fattispecie esaminata dalla Cassazione, in controversia avverso un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle entrate per il recupero del credito IVA indebitamente utilizzato in compensazione dal contribuente, con applicazione di interessi e sanzioni, la CTR accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sfavorevole sentenza di primo grado, che aveva accolto il ricorso del contribuente limitatamente alle sanzioni applicate, riconoscendo la responsabilità del consulente; sosteneva la CTR che i giudici di primo grado avevano pronunciato ultra petita, ovvero in assenza di domanda avanzata sulla disapplicazione delle sanzioni che, in ogni caso, erano dovute per culpa in vigilando del contribuente che aveva omesso di verificare l’effettiva esecuzione degli adempimenti fiscali da parte del consulente; avverso tale statuizione il contribuente propone ricorso per cassazione.
La Suprema Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l’originario ricorso del contribuente, affermando che nella specie, la CTR ha fatto mal governo dell’enunciato principio di diritto in quanto, pur in presenza di un comportamento manifestamente fraudolento del professionista incaricato dal contribuente di provvedere agli adempimenti contabili e fiscali, consistito nella falsificazione della documentazione (ricevute di pagamento a mezzo F24) consegnata al contribuente a dimostrazione del regolare adempimento degli obblighi fiscali, e quindi in evidente assenza di culpa in vigilando, ha ritenuto comunque applicabili al contribuente le sanzioni amministrative pecuniarie, e ciò in violazione delle disposizioni censurate.

Rilancio aree di crisi industriale, tempo scaduto per la presentazione delle domande


Il Ministero dello Sviluppo Economico ha disposto la chiusura degli sportelli per la presentazione delle domande di agevolazione riguardanti programmi d’investimento nei comuni riconosciuti quali territori interessati da crisi industriale (D.M. 14 novembre 2019).

A fronte della revisione dei termini e delle modalità e procedure per la concessione ed erogazione delle agevolazioni in favore di programmi di investimento finalizzati alla riqualificazione delle aree di crisi industriale, il Ministero dello Sviluppo Economico ha ritenuto opportuno provvedere alla chiusura delle procedure a sportello attualmente in corso prevedendone la riapertura a seguito del completamento del suddetto processo di revisione.


Nello specifico, il suddetto Ministero ha disposto la chiusura degli sportelli per la presentazione delle domande di accesso alle agevolazioni riguardanti i programmi d’investimento localizzati nei seguenti territori:
– comuni della Regione Friuli Venezia Giulia riconosciuti quali territori interessati da crisi industriale non complessa;
– comuni dell’area di crisi complessa di Livorno;
– comuni dell’area di crisi industriale non complessa della provincia di Massa Carrara;
– comuni del cratere sismico aquilano individuati dal “Programma Restart Abruzzo”.

IRAP: al giudice il potere-dovere di esaminare le mansioni del collaboratore

In caso di impiego di un collaboratore fisso e continuativo, il costo relativo alla sua attività non costituisce un elemento di presunzione indefettibile del presupposto Irap di autonoma organizzazione. È necessario, da parte del giudice di merito, l’esame dell’attività svolta dal collaboratore, per verificare se corrisponda o meno a mansioni esecutive (Corte di Cassazione – Ordinanza 19 novembre 2019, n. 30085)

Nella controversia esaminata dalla Corte di Cassazione, l’Agenzia delle Entrate ha emesso atto di accertamento nei confronti del professionista (dottore commercialista) contestando la sussistenza del presupposto per l’applicazione dell’IRAP (autonoma organizzazione) in considerazione del “costo relativo all’attività del collaboratore”, della “natura di tale attività”, e del “ricorso da parte del contribuente alla costante, continuativa attività ausiliaria di terzi”.
Su ricorso del professionista, che ha eccepito la scarsa incidenza ai fini professionali dell’attività svolta dal collaboratore assegnato a mansioni meramente esecutive, i giudici di merito hanno convalidato l’atto di accertamento affermando che la “presenza di un collaboratore fisso e continuativo rende di sicuro più efficace e produttiva l’attività dello studio professionale”.
Secondo consolidato orientamento della giurisprudenza, ai fini dell’applicazione dell’Irap alle attività di lavoro autonomo professionale, al giudice di merito spetta accertare il requisito dell’autonoma organizzazione tenendo presente che esso ricorre quando il contribuente:
a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse;
b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.
In proposito la Corte di Cassazione ha sottolineato che la giurisprudenza ha definito la nozione di autonoma organizzazione come il “contesto organizzativo esterno”, diverso ed ulteriore rispetto al mero ausilio dell’attività personale e costitutivo di un quid pluris che secondo il comune sentire, del quale il giudice di merito è portatore ed interprete, sia in grado di fornire un apprezzabile apporto al professionista.
Da ciò si sono affermati i principi secondo cui, in tema di IRAP:
– il presupposto dell’ “autonoma organizzazione” non ricorre quando il contribuente responsabile dell’organizzazione impieghi beni strumentali non eccedenti il minimo indispensabile all’esercizio dell’attività e si avvalga di lavoro altrui non eccedente l’impiego di un dipendente con mansioni esecutive;
– l’elevato ammontare dei ricavi, dei compensi e delle spese, anche per beni strumentali, non integra di per sé il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione.
Dunque, secondo la Suprema Corte, la sentenza di merito che ha ravvisato la sussistenza dell’autonoma organizzazione dalla circostanza che il professionista si avvalesse in modo continuativo delle prestazioni di un collaboratore, senza tuttavia effettuare un esame del concreto apporto da questi fornito all’effettivo svolgimento dell’attività professionale, onde verificare se il collaboratore espletasse o meno mansioni esecutive, ha fatto errata applicazione della normativa IRAP.

Padre lavoratore dipendente e madre lavoratrice autonoma: gestione riposi giornalieri


L’Inps fornisce istruzioni amministrative in materia di diritto alla fruizione dei riposi giornalieri di cui all’articolo 40 del D.lgs 26 marzo 2001, n. 151, nel caso di padre lavoratore dipendente e madre lavoratrice autonoma. Il padre lavoratore dipendente può fruire dei riposi in questione dalla nascita o dall’ingresso in famiglia/Italia in caso di adozioni o affidamenti nazionali o internazionali del minore, a prescindere dalla fruizione dell’indennità di maternità della madre lavoratrice autonoma (Circolare n. 140/2019).


La Corte di Cassazione, sezione Lavoro, con la sentenza n. 22177/2018 ha affermato il principio secondo cui l’utilizzo da parte del padre lavoratore dipendente dei riposi giornalieri di cui all’articolo 40 del D.lgs 26 marzo 2001, n. 151, non è alternativo alla fruizione dell’indennità di maternità della madre lavoratrice autonoma. Secondo la sentenza, potendo entrambi i genitori lavorare subito dopo l’evento della maternità, risulta maggiormente funzionale affidare agli stessi genitori la facoltà di organizzarsi nel godimento dei medesimi benefici al fine di una gestione familiare e lavorativa meglio rispondente alle esigenze di tutela della normativa, salvo i soli limiti temporali previsti.
Ciò premesso, l’Inps fornisce alcune precisazioni:
– nel caso in cui la madre sia lavoratrice autonoma, il padre lavoratore dipendente può fruire dei riposi di cui all’in questione dalla nascita o dall’ingresso in famiglia/Italia in caso di adozioni o affidamenti nazionali o internazionali del minore, a prescindere dalla fruizione dell’indennità di maternità della madre lavoratrice autonoma. Sono, pertanto, da intendersi superate le indicazioni fornite al punto 2), 4° capoverso, della circolare n. 8 del 17 gennaio 2003;
– restano valide, invece, le indicazioni fornite nella citata circolare in materia di incompatibilità.
Le indicazioni sopra fornite si applicano alle domande pervenute e non ancora definite e, a richiesta dell’interessato, anche agli eventi pregressi per i quali non siano trascorsi i termini di prescrizione ovvero per i quali non sia intervenuta sentenza passata in giudicato. Con successivo messaggio saranno fornite indicazioni di dettaglio relative agli applicativi informatici.

Definite le modalità di concessione dei contributi per l’acquisto di Smart Tv e Decoder


Pubblicate le modalità per l’erogazione dei contributi in favore dei consumatori per l’acquisto di apparati televisivi idonei alla ricezione dei programmi con le nuove tecnologie trasmissione DVB-T2 (Ministero dello Sviluppo Economico – decreto 18 ottobre 2019).

Il contributo viene concesso a partire dal 18 dicembre 2019 ed è riconosciuto ai residenti nel territorio italiano appartenenti a nuclei familiari con ISEE non superiore a 20.000 euro. Inoltre, il contributo è riconosciuto per ciascun nucleo familiare e per l’acquisto di un solo apparecchio.
Il contributo viene assegnato sotto forma di sconto praticato dal venditore dell’apparecchio sul relativo prezzo di vendita, per un importo pari a 50 euro o pari al prezzo di vendita se inferiore. Lo sconto è applicato sul prezzo finale di vendita complessivo dell’imposta sul valore aggiunto e non riduce la base imponibile dell’imposta.


Il riconoscimento del contributo non può essere richiesto a tutti i rivenditori degli apparecchi televisivi, ma solo a quelli preventivamente registrati tramite il servizio telematico messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.
Ai fini dell’applicazione dello sconto, il venditore registrato, avvalendosi del servizio telematico, deve trasmettere alla Direzione generale per i servizi di comunicazione elettronica, di radiodiffusione e postali del Ministero dello sviluppo economico una comunicazione telematica contenente a pena di inammissibilità:
– il codice fiscale del venditore;
– il codice fiscale dell’utente finale e gli estremi del documento d’identità allegato alla richiesta;
– i dati identificativi dell’apparecchio, per consentirne la verifica di idoneità;
– il prezzo finale di vendita, comprensivo dell’imposta sul valore aggiunto;
– l’ammontare dello sconto da applicare, pari a cinquanta euro, ovvero pari al prezzo, se quest’ultimo è inferiore a cinquanta euro.


Il venditore recupera lo sconto applicato mediante un credito d’imposta, da indicare nella dichiarazione dei redditi, utilizzabile esclusivamente in compensazione con il modello F24. A breve l’Agenzia delle Entrate istituirà il relativo codice tributo da indicare nel modello di pagamento.

L'”autonoma organizzazione”, presupposto Irap, non si esclude a priori per il medico di base


Ai fini IRAP, il medico di base parasubordinato deve provare la verifica dell’esistenza o meno di un’attività autonomamente organizzata con riferimento anche alle spese sostenute per il lavoro altrui (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 13 novembre 2019, n. 29398).

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, il contribuente, medico convenzionato, chiedeva il rimborso dell’Irap già pagata, ritenendo insussistenti i presupposti per il pagamento dell’imposta. La Ctp accoglieva il ricorso e la Ctr della Campania rigettava l’appello proposto dalla Agenzia delle entrate in quanto i medici di base erano “parasubordinati”, sicché non svolgevano attività autonomamente organizzata, non essendo necessarie prove “per la verifica dell’esistenza o meno di un’organizzazione quando questa è riferita a un’attività particolare come quella del medico di base”. Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate.
La ricorrente ritiene che la decisione di appello sia errata per violazione dei principi stabiliti da questa Corte in tema di verifica della sussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’Irap al medico convenzionato, censurando, quindi, una violazione di legge, in quanto per il giudice di appello, operando il contribuente (medico convenzionato) in regime di parasubordinazione, la relativa attività non sarebbe per definizione assoggettabile all’Irap. Per la Suprema Corte tale motivo è fondato.
Invero, il giudice di appello ha ritenuto che i medici di base convenzionati, proprio perché parasubordinari, non sono soggetti all’Irap, non svolgendo un’attività autonomamente organizzata. Pertanto, non sono necessarie prove per la verifica dell’esistenza o meno di un’organizzazione “quando questa è riferita a un’attività particolare come quella del medico di base”. L’esistenza di una organizzazione è esclusa proprio dalle circostanze che l’incarico è esercitato dal medico sotto il potere di sorveglianza delle Asl, che il medico deve aprire un ambulatorio nella località che gli viene assegnata, che il numero di assistiti non può superare un numero massimo, che il trattamento economico è prestabilito, che il professionista “spende soltanto la propria opera, organizzata con decreti della ASL”.
In tal modo però il giudice di appello si è discostato dai principi di diritto stabiliti da questa Corte a sezioni unite.
Invero, si è affermato che il presupposto dell’”autonoma organizzazione”, presupposto IRAP, non ricorre quando il contribuente responsabile dell’organizzazione impieghi beni strumentali non eccedenti il “minimo indispensabile” all’esercizio dell’attività e si avvalga di lavoro altrui non eccedente l’impiego di un dipendente con mansioni esecutive, sicché deve essere esclusa l’autonomia organizzativa di uno studio legale dotato soltanto di un segretario e di beni strumentali minimi.
In particolare, il presupposto impositivo per il professionista o per il lavoratore autonomo sussiste quando il contribuente: a) sia sotto qualsiasi forma responsabile dell’organizzazione e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b)impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che ecceda la soglia di un collaboratore che esplichi mansioni meramente esecutive.
Nella specie, il giudice di appello, laddove ha affermato che i medici convenzionati, in ogni caso, per il loro rapporto di subordinazione, non sono assoggettabili ad Irap, non essendo mai possibile, nell’ambito della propria attività, la sussistenza della autonoma organizzazione, proprio per il peculiare regime giuridico loro applicabile, non ha correttamente applicato il principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite, essendo, invece, necessario accertare in concreto la sussistenza della autonoma organizzazione, con riferimento anche alle spese sostenute per il lavoro altrui.